sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Andrea Cegna

Il Manifesto, 18 dicembre 2024

Le mobilitazioni popolari nella provincia di Napo, in Ecuador, hanno obbligato il governo a sospendere il progetto di costruzione di un carcere di massima sicurezza a Archidona. “Di fronte al malcontento di più dell’80% del popolo amazzonico, alla resistenza e alla lotta nelle strade per 15 giorni il governo ha deciso di non costruire più il carcere di massima sicurezza ad Archidona e nella regione amazzonica”, afferma Luis Canelos, presidente della nazionalità Kichwa di Pastaza.

Con un comunicato diramato nel primo pomeriggio dal ministero dell’Interno, e mentre era in corso una imponente manifestazione contro il progetto, il governo Noboa ha fatto sapere di “accettare” la proposta del sindaco di Salinas e trasferire nella provincia di Santa Elena la costruzione del penitenziario. Il giovane presidente, che a febbraio cercherà di essere rieletto, aveva promesso in campagna elettorale di costruire due carceri speciali sul modello del “Centro di confinamento per terroristi” (Cecot) pensato e edificato da Bukele nel Salvador. La decisione è arrivata “un po’ a sorpresa”, sostiene Andrés Tapia, ex dirigente della Confeniae (Confederazione delle nazionalità indigene dell’Amazzonia ecuadoriana).

“Tutto faceva pensare che non fossero disposti a cedere. Questa è una battuta d’arresto politica per il governo. Non so se la parola esatta sia vittoria, certamente c’è stato un trionfo politico del popolo che si è mobilitato”. La provincia di Napo è una delle tre meno violente di un paese che negli ultimi cinque anni ha incassato il tasso di omicidi più alto del continente, con 46 morti violente ogni 100.000 abitanti e un incremento del 71,5% rispetto al 2022 e dell’800% rispetto al 2018. La paura che la costruzione del carcere potesse trasferire nel Napo la violenza è stata il detonatore della protesta.

L’altro grande asse della mobilitazione è stato quello della difesa del territorio che permette alla provincia di essere una meta di turismo nonché territorio di sviluppo della cosmogonia indigena. Pur riconoscendo il risultato, Luis Canelos osserva: “Piuttosto che carceri abbiamo bisogno di investimenti nel sociale, nel sistema educativo, affinché i nostri figli e le nostre figlie non siano disoccupati. Servono progetti di politica pubblica per l’infanzia. Le carceri in questo Paese e nella società non costruiscono vite migliori e neppure buoni cittadini, perché è dalle carceri che viene controllato il narcotraffico in Ecuador. Noi, popoli indigeni, lottiamo per rivendicare non solo i nostri diritti, ma quelli di tutti e tutte”.

La Confederazione delle Nazionalità indigene dell’Ecuador ha festeggiato ribadendo che la lotta per “la difesa della foresta, della vita e del territorio rimane la nostra priorità”, e si dice pronta a mobilitarsi al fianco delle popolazioni di Salinas e Bajanda Chanduy qualora scendano in piazza contro la costruzione delle carceri speciali. Le proteste sono cresciute giorno dopo giorno, Conaie, Confeniae, o i gruppi organizzati di Pastaza si sono aggiunti in un secondo momento aiutando a mediatizzare la lotta e radicalizzarla. Secondo Tapia questo ha generato “un indebolimento del governo e del presidente. Così, anche per motivi elettorali, non tanto in termini di voti perché nella zona Amazzonica i numeri non sono decisivi ma per questioni d’immagine, il governo ha deciso di tornare sui suoi passi”. Il progetto di “bukelizzare” l’Ecuador non sta riuscendo a Noboa.