di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 29 luglio 2025
Sull’edilizia penitenziaria con un buon fact-checking sarebbe facile smontare la propaganda estiva che lo circonda. “Non si respira e la situazione sta diventando insostenibile. Dovreste venire a vedere in che condizioni viviamo”. È una delle testimonianze presenti nell’ultimo rapporto di Antigone. Il sovraffollamento non è una calamità naturale. È l’esito di politiche penali e penitenziarie stratificatesi nel tempo. Politiche securitarie, per certi versi classiste (si pensi alle norme che puniscono il vagabondaggio). Le statistiche criminali non giustificano la crescita della popolazione detenuta. Detto questo in premessa, la storia dell’edilizia penitenziaria italiana è in un quadrilatero di inefficienze, ricorsi, propaganda, corruzione, a partire dalle carceri d’oro degli anni 80 del secolo scorso.
Citare sé stessi è sempre antipatico. Così scriveva Antigone nel suo rapporto di fine luglio 2001: “Al sovraffollamento il governo italiano ha inteso rispondere solo con politiche dirette alla costruzione di nuove carceri. Infatti con la legge n. 388 del 2000 sono stati individuati 22 nuove carceri da realizzare (tra cui San Vito al Tagliamento). Va detto che contestualmente con decreto del 30 gennaio 2001 il ministro della Giustizia ha individuato 21 istituti da dismettere. Coincidono con quelli nuovi, in più vi sarebbe il solo carcere di Pinerolo”. Teniamo in mente questi due luoghi, Pinerolo e San Vito al Tagliamento. A Pinerolo non è mai stato costruito alcun carcere e le carte del vecchio istituto sono oggi all’interno del bellissimo museo della memoria carceraria di Saluzzo, fortemente voluto dal prof. Claudio Sarzotti. San Vito, invece, è parte della propaganda del nuovo Governo.
Così si legge in un comunicato del ministero dei Trasporti dello scorso 22 luglio, a un quarto di secolo della legge voluta dal governo Amato del 2000 che ne prevedeva la costruzione: “Il piano carceri del governo è diventato realtà…Si tratta di un risultato rilevante, fortemente voluto dal vicepremier e ministro Matteo Salvini. Particolarmente significativi sono gli interventi di manutenzione del carcere di Forlì e di costruzione del carcere di San Vito al Tagliamento”.
Di vero e proprio modello ha parlato il ministro Nordio. Così, invece, scriveva Antigone nel 2024: “Dalla Relazione del ministero della Giustizia del 2023 apprendiamo che di nuove carceri non si parla quasi più. Unica eccezione il riferimento al “nuovo istituto di Pordenone in località San Vito al Tagliamento”, che viene però collocato “in un orizzonte temporale più ampio (un quinquennio)”, e del quale si parla già dagli anni 90 del secolo scorso, con gare d’appalto finite davanti al Tar e assegnazioni dei lavori poi revocate”.
Un’operazione che forse prima o poi andrà in porto, ma che non ha nulla a che fare con l’emergenza sovraffollamento. Il governo ha parlato anche di container (la parola fa rabbrividire) da costruire in carceri come Rebibbia a Roma o Bollate a Milano, così snaturandole. Questo piano edilizio governativo, a cui non è stato associato un piano simmetrico di assunzioni, va anche contro il personale di Polizia Penitenziaria, la cui sofferenza è nel numero crescente di suicidi.
Sull’edilizia penitenziaria con un buon fact-checking sarebbe facile smontare la propaganda estiva che lo circonda. Infine, tutti dobbiamo interrogarci su cosa significhi l’espressione ‘valorizzazione di carceri storiche’ di cui hanno parlato fonti governative. Ha il sapore della trasformazione di Regina Coeli e San Vittore in luoghi commerciali. Come i numeri dell’ultimo rapporto di Antigone testimoniano (tasso di affollamento del 134% tra i più alti in Europa, 45 suicidi nel 2025), avremmo bisogno di provvedimenti urgenti e sistemici: un indulto di due anni generalizzato, divieto di ingresso in carcere se non c’è posto regolamentare (proposte D’Elia e Magi), nuovo regolamento penitenziario nel nome dell’innovazione e dell’umanizzazione (basterebbe riprendere la proposta elaborata dal prof. Marco Ruotolo e non portata avanti dal governo Draghi). E ci vorrebbe anche un’autorità nazionale garante delle persone private della libertà indipendente che faccia (così come accadeva al tempo di Mauro Palma) l’autorità nazionale garante delle persone private della libertà indipendente.
*Presidente dell’Associazione Antigone











