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di Luca Monticelli

La Stampa, 25 gennaio 2023

La scrittrice: “Non sono pessimista come Segre, non posso aver parlato a vuoto per 60 anni. Un dovere ricordare i lager ma moltiplicare gli eventi può avere un effetto controproducente”.

“Sono nata in un piccolo villaggio di contadini in Ungheria, eravamo sei fratelli, io la più piccola. La vita tra il ‘42 e il ‘44 era diventata impossibile, non solo per le condizioni di povertà che dovevamo affrontare, ma per l’odio, gli insulti, le botte. La propaganda fascista e nazista contro gli ebrei aveva infettato tutte le persone, perfino i compagni di scuola da un giorno all’altro non ci salutavano più, era un dolore terribile”. Edith Bruck parla davanti a una platea di studenti delle scuole superiori di tutta Italia, che rapiti seguono i suoi ricordi. Un incontro realizzato dalla Fondazione Museo della Shoah di Roma a cui hanno partecipato online anche 400 istituti. Bruck, a differenza di Liliana Segre, non teme che fra qualche anno ci possano essere solo poche righe sulla Shoah sui libri di storia, per poi sparire del tutto. “Non credo di aver parlato e scritto a vuoto. Non morirà tutto con noi, c’è sempre una piccola luce anche nei momenti più bui. I giovani sono la mia speranza”.

A 13 anni, nel maggio del ‘44, con il padre, la madre, una sorella, un fratello e gli zii, Edith Bruck viene strappata dalla sua casa e portata in un ghetto al confine con la Slovacchia, da lì ad Auschwitz e poi a Kaufering, Landsberg, Dachau e infine a Bergen-Belsen fino al 15 aprile, quando il campo viene liberato dall’esercito britannico. Lei e la sorella Judit riescono a sopravvivere, e finita la guerra raggiungono a Budapest un’altra sorella, Mirjam, salva grazie a Giorgio Perlasca. “Ma poteva sfamarci solo per qualche giorno e siamo ripartite”. Da lì comincia il suo lungo viaggio: prima nell’allora Palestina, poi di nuovo in Europa, ad Atene, a Zurigo, a Napoli e a Roma, dove vive dal 1954.

Dopo aver risposto per due ore alle domande dei ragazzi, Bruck esce dalla Casina dei Vallati, nel pieno del quartiere ebraico romano, è stanca, ma raggiante e si ferma a chiacchierare. Gli ultimi giorni sono stati un turbinio di emozioni: la presentazione del docu-film su Shlomo Venezia al Teatro dell’Opera, il dialogo con gli studenti e l’anteprima del documentario su di lei all’Accademia d’Ungheria, che sarà trasmesso stasera su La7.

Proprio come faceva Shlomo Venezia, testimone del Sonderkommand a Birkenau, e come tuttora fanno Liliana Segre, Sami Modiano, le sorelle Bucci, solo per citare alcuni nomi, lei continua a ricordare la Shoah...

“È bello parlare con i giovani, ma certo non è facile. Nei primi vent’anni ho sempre pianto nelle scuole, non riuscivo a controllarmi, e ancora oggi mi capita. Vedendo il documentario su Shlomo Venezia non sono riuscita a dormire, il subconscio lavora dentro e ti scuote nel profondo”.

La senatrice Segre teme però che tra qualche anno la Shoah cada nell’oblio. Lei che cosa ne pensa?

“Io non sono così pessimista come Liliana, porto la mia testimonianza da oltre sessant’anni, non credo di aver parlato e scritto a vuoto. Incontro molti professori che si ricordano di quando erano studenti e io andavo nelle loro scuole, questi professori credo che oggi insegnino diversamente. È servita sicuramente la mia testimonianza, basta giudicare dalle migliaia di lettere e disegni che ricevo dai ragazzi di tutta Italia. Io credo, in qualche misura, di aver cambiato qualcosa, non molto, perché certamente non posso cambiare io il mondo, ma non penso che non resterà nulla di noi come sostiene Liliana. Era molto pessimista anche Primo Levi, io invece sono più speranzosa, non posso aver parlato a vuoto”.

I giovani sono la sua speranza?

“Sì, ci sono ragazzi di 15-16 anni che scrivono delle lettere inimmaginabili, e per questo farò un nuovo libro che si chiamerà I frutti della memoria, in cui racconto le lettere degli studenti e le mie risposte. Qualcosa resta, non morirà tutto con noi, c’è sempre una piccola luce anche nei momenti più bui”.

Segre dice pure che la gente quando sente parlare del Giorno della Memoria pensa “basta con questi ebrei, che cosa noiosa”...

“È un dovere ricordare l’inferno dei campi di sterminio, però moltiplicare gli eventi da ottobre a marzo forse può avere un effetto controproducente. Questo è il pericolo, purtroppo l’antisemitismo nel mondo non manca”.

È mai tornata ad Auschwitz?

“Mai, non avrei mai potuto sopportarlo. Mai avrei potuto ripercorrere quell’inferno, interiormente non potrei sopravvivere. Io sono tornata solo a Dachau nel 1983 perché pensavo che mio padre fosse morto là, invece poi ho scoperto che è morto a Dornhau. Scappai da Monaco dopo due giorni, le persone erano tutte così dolci, gentili, buone. Mi hanno accolto alla stazione con i fiori e mi hanno fatto scendere dal treno come fossi una paralitica. Erano gli Anni Ottanta, era troppo, e poi io voglio essere trattata come una persona normale”.

Lei è religiosa?

“Non ho mai pregato ad alta voce, neanche da bambina. Quando la mamma mi diceva di pregare io recitavo una poesia: per me la preghiera è qualcosa di muto, di intimo. Papa Francesco quando è venuto a trovarmi a casa mi ha detto “preghi per me che io prego per lei”. Gli ho risposto che è già nelle mie preghiere mute”.

I giovani le chiedono spesso anche dell’antisemitismo e del razzismo ai giorni nostri.

“Stiamo vivendo un periodo molto incerto, pericoloso, le persone sono sfiduciate, non credono più nella politica e gli ideali sono sfilacciati. È agghiacciante vedere i simboli fascisti nelle piazze. Se penso all’Ungheria non mi stupisco, nel dopoguerra c’è stata una completa rimozione e da Paese fascista è diventato immediatamente comunista, non c’è mai stato un vero percorso per arrivare a una democrazia compiuta”.

Edith, il documentario sulla sua vita è stato presentato all’Accademia ungherese di Roma, è una rivincita per lei?

“No, però è importante, anche perché venerdì per il Giorno della memoria ci sarà un concerto e io leggerò una poesia. Questo, nell’Ungheria di Orban, credo che oggi abbia un significato”.