di Paolo Morelli
Corriere di Torino, 28 marzo 2025
“Le carceri dovrebbero essere amministrate meglio, soprattutto facendo ricorso alle forme alternative alla detenzione, che resta una extrema ratio”. C’è quella vecchia e mai sopita percezione che vorrebbe il carcere come dimensione esclusivamente punitiva, quando l’obiettivo è la rieducazione prima del reinserimento in società. La realtà delle carceri italiane mostra condizioni difficili, sovraffollamenti, a volte situazioni lontane dalla dignità. Di questo tema delicato parlerà Biennale Democrazia con una serie di appuntamenti, tra cui uno in carcere e poi l’evento “Vagli a spiegare che è primavera. Il carcere tra giustizia e vendetta”, oggi alle 16.30 al Teatro Carignano di Torino.
All’incontro, condotto dalla docente di Diritto costituzionale Valeria Marcenò, interverranno la scrittrice Daria Bignardi e lo scrittore, per 29 anni docente di Lettere a Rebibbia, Edoardo Albinati. Ora in libreria con “Figli dell’istante” (Rizzoli), negli anni ha tenuto incontri in una quindicina di carceri in Italia.
Albinati, il carcere è visto come punitivo o rieducativo?
“Dovrebbe essere anche rieducativo, ma nella sua sostanza è afflittivo. La carcerazione com’è adesso non prevede forme di risocializzazione, a parte qualche iniziativa che viene quasi sempre dall’esterno, come ad esempio la scuola”.
Cosa dice il carcere della nostra società?
“Rispetto agli anni 90, quando ho iniziato a lavorarci, verifico una stagnazione che è poi lo specchio della nostra società: se le cose rimangono sempre uguali, vuol dire che peggiorano. Peraltro gli slogan “chiudiamoli e buttiamo la chiave” o “lasciamoli marcire in galera” sono autolesionismo allo stato puro. Le persone detenute prima o poi tornano libere e senza bisogno di esercitare nessun “buonismo” dovrebbe convenire alla società stessa che non tornino peggiori di prima. Infine, coloro che fanno della legalità la propria bandiera dovrebbero fare in modo che legalità ci sia anche all’interno del carcere”.
Le carceri sono sovraffollate, dovremmo costruirne altre o trovare pene diverse dalla detenzione?
“Dovrebbero essere amministrate meglio, soprattutto facendo ricorso alle possibili forme alternative alla detenzione, che resta una extrema ratio. Le prigioni in Italia sono tutte diverse, un po’ come i nostri ospedali: a un malato può capitare di essere assistito in maniera magnifica o di finire parcheggiato in un corridoio, dipende da come caschi. E puoi cascare male. Qualche anno fa, alcuni detenuti crearono ironicamente una “Guida Michelin” delle carceri italiane, dove al posto delle stelle o dei cappelli avevano messi dei manganelli. Lascio intendere il perché”.
Da insegnante in carcere, posso chiederle che rapporto si crea con i detenuti?
“Talvolta si creano rapporti duraturi, nella mia scuola il corso è di cinque anni. Tu cerchi di svolgere il tuo lavoro, ma vista la carenza di tutto il resto a volte ti trovi a esercitare altre funzioni, che però non devono mai prevalere su quella principale. Diventi assistente sociale, psicologo, confessore”.
In passato ha detto che il vantaggio della scuola in carcere è che non ci sono le famiglie. Perché?
“La pressione asfissiante delle famiglie è una delle piaghe della “scuola esterna”. In galera non averle tra i piedi è uno dei pochi vantaggi, insieme all’assenza dei telefoni cellulari. Naturalmente ci sono infiniti ostacoli, è insomma una scuola di frontiera, con mezzi limitati. Io trovo però che siano ben più coraggiosi quelli che insegnano in una periferia urbana qualsiasi. Per quanto duro, l’ambiente carcerario è al riparo da molti guai della scuola di fuori”.
I detenuti cosa dicono?
“Quando davo come esercizio la descrizione di una giornata in prigione, i loro resoconti erano monotoni: c’era ben poco da raccontare, una scansione di ore vuote, sempre uguali. La verità è che i detenuti sono impegnati a sopravvivere, semmai sono curiosi, anzi, affamati di sapere qualcosa della vita di fuori. Cercano di assorbirla per interposta persona”.











