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di Francesco Profumo

Corriere della Sera, 23 maggio 2026

La scuola è una delle grandi infrastrutture democratiche della nostra società. La mattina del 13 maggio, a Reggio Emilia, quando la Principessa del Galles ha incontrato bambini e bambine, insegnanti, atelieristi, ricercatori e comunità educanti del Reggio Emilia Approach, si è materializzato qualcosa di profondo. Il riconoscimento internazionale del fatto che l’educazione sia oggi una delle grandi questioni politiche del nostro tempo. Non “politiche educative” nel senso amministrativo del termine, ma politica nel suo significato originario e più alto: costruire le condizioni della convivenza civile. In un’epoca segnata da guerre, polarizzazioni, linguaggi aggressivi e crescente frammentazione sociale, l’educazione rappresenta uno dei pochi strumenti capaci di generare coesione. 

Per questo credo che oggi si debba avere il coraggio di affermare una tesi apparentemente semplice, ma profondamente radicale: educare è un atto politico, nonviolento, di pace. L’educazione è un atto politico perché forma persone capaci di convivere nella complessità, accogliendo come ricchezza la differenza, senza trasformarla in conflitto. Perché insegna il dialogo, invece della sopraffazione a cui assistiamo nei massimi sistemi. Perché costruisce cittadini e cittadine, e non semplicemente individui in competizione.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione profonda dello spazio pubblico. I social network hanno accelerato la velocità delle reazioni, ridotto il tempo della riflessione, amplificato la radicalizzazione. La comunicazione politica e sociale si è progressivamente spostata verso registri emotivi e conflittuali. Anche i giovani crescono immersi in un ecosistema che spinge verso la semplificazione, la polarizzazione, l’immediatezza e la performance continua. Dentro questo scenario, la scuola rischia di essere percepita soltanto come luogo di valutazione, selezione e preparazione tecnica al lavoro. Ma se la riduciamo a questo, perdiamo la sua funzione più importante.

La scuola è una delle ultime grandi infrastrutture democratiche delle nostre società. È il luogo in cui una comunità decide che il futuro non può essere lasciato al caso né alle disuguaglianze di partenza. Ogni giorno, nelle scuole, si compie un lavoro silenzioso ma decisivo: si impara ad ascoltare, a collaborare, a rispettare, a discutere senza distruggere, a convivere tra differenze. Sono gesti apparentemente ordinari. In realtà sono gli anticorpi democratici di una società. Un dirigente scolastico non è soltanto un amministratore efficiente. È un costruttore di comunità. È la persona che deve creare le condizioni affinché una scuola diventi un luogo di fiducia, di crescita reciproca, di innovazione umana prima ancora che tecnologica. Allo stesso modo, ogni volta che un docente valorizza la parola di uno studente fragile, che sceglie di accompagnare, di includere, di costruire fiducia, costruisce non soltanto il sapere, ma il modo con cui una società impara a stare insieme. Ed è per questo che dirigenti e insegnanti sono oggi, forse più che in passato, figure decisive per la qualità democratica delle nostre comunità.

Esperienze come quella del Reggio Emilia Approach assumono allora un significato internazionale che va oltre la pedagogia dell’infanzia. Il mondo guarda a Reggio Emilia perché lì si è sviluppata un’idea di educazione fondata sulla relazione, sull’ascolto, sulla creatività e sul riconoscimento della dignità dei bambini e delle bambine come cittadini fin dall’inizio della vita. Loris Malaguzzi parlava dei “cento linguaggi” dei bambini. Quella intuizione oggi appare ancora più moderna. Perché nell’epoca dell’intelligenza artificiale il rischio più grande non è soltanto tecnologico. È antropologico.

L’intelligenza artificiale cambierà profondamente il lavoro, la produzione e l’accesso al sapere. Ma proprio per questo aumenterà il valore delle competenze più umane: l’ascolto, l’empatia, il pensiero critico, la capacità di cooperare, la responsabilità verso gli altri. Ecco perché l’educazione sarà il vero terreno politico del XXI secolo.

Non ci sarà democrazia stabile senza comunità educanti forti, né innovazione sostenibile senza cultura critica. Non ci sarà coesione sociale senza scuole capaci di generare appartenenza. Forse è anche questo che la visita della Principessa Kate ha simbolicamente riconosciuto: che il futuro delle società contemporanee si gioca molto prima delle università, dei mercati e della politica istituzionale. Si gioca nei luoghi in cui i bambini imparano a guardare il mondo e gli altri. Luoghi che in molti contesti mancano e di cui c’è massimo bisogno. Nel tempo delle macchine intelligenti, la vera sfida sarà restare umani. E l’educazione resterà il più potente atto politico nonviolento che una società possa compiere.

*Presidente di Fondazione Reggio Children