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di Elisa Messina

Corriere della Sera, 17 aprile 2025

Uno degli ultimi casi di cronaca che non avremmo voluto leggere è quello della ragazzina di 14 anni di Busto Arsizio violentata e massacrata di botte da un ragazzo conosciuto su Instagram. Le vittime della violenza di genere sono, sempre di più frequentemente, minori. Ma anche gli autori di queste violenze sono sempre più giovani: facendo riferimento solo al tribunale di Milano, per esempio, il 40% degli uomini finiti sotto processo per questi reati hanno meno di 35 anni. “Significa che il modello patriarcale delle generazioni precedenti persiste” aveva commentato il presidente del tribunale di Milano Fabio Roia. Significa anche, ribadiva il giudice, che dalla scuola, fin da piccoli, non arriva il messaggio dell’educazione al rispetto e alla diversità. Non arriva perché non c’è.

L’introduzione dell’educazione affettiva e sessuale come materia obbligatoria nella scuola primaria e secondaria è uno dei temi più divisivi nel dibattito politico e culturale italiano. A tal punto che… non se n’è fatto mai niente. Questo nonostante i molti studi che dimostrano che insegnare ai bambini e alle bambine a gestire le emozioni e a relazionarsi con rispetto sia una forma di prevenzione cruciale a ogni violenza di genere. Nonostante l’Italia sia rimasta uno dei pochissimi Paesi dell’Unione europea (assieme a Cipro, Lituania, Polonia, Bulgaria e Romania) che non preveda programmi curricolari obbligatori in materia. E nonostante le pressioni e le raccomandazioni in questo senso da parte di diversi organismi internazionali, come l’Unesco già dalla fine degli anni 80 o il Grevio, organismo del Consiglio d’Europa che ha il compito di verificare l’attuazione delle disposizioni della Convenzione di Istanbul di cui l’Italia è Paese firmatario.

Sommando tutti i “nonostante” il risultato non cambia: l’educazione affettiva e sessuale non è materia obbligatoria nelle nostre scuole. Almeno non nel modo in cui ce lo chiede l’Europa. Di questo si è parlato in un incontro all’Università Bicocca di Milano dal titolo “Educare all’affettività: un antidoto contro la violenza di genere”: un convegno nel quale è stata presentato un progetto di studio sul tema promossa dal centro studi ADV - Against Domestic Violence diretto dalla professoressa Marina Calloni e dalla fondazione Una Nessuna Centomila. La ricerca si concluderà a settembre e sarà uno sguardo diffuso sulla scuola italiana per capire come dirigenti e docenti si stanno organizzando e soprattutto come avviene la loro formazione, pur in assenza di un quadro normativo.

Nell’incontro è stata presentata una prima parte della ricerca, condotta da sociologi e sociologhe di Bicocca: uno studio comparato tra Italia, Francia, Svezia, Spagna e Polonia per confrontare diverse legislazioni e metodologie.

Partiamo da casa nostra. Negli anni ci abbiamo provato ma con scarsa convinzione: di educazione sessuale e affettiva come materia scolastica se ne parla dagli anni 70 e dal 1975 ad oggi sono stati presentati ben 37 disegni di legge. Ma ogni volta succedeva sempre qualcosa che bloccava tutto e la legge ancora non c’è. Ci andammo vicino nel 1992, con il governo Andreotti: “Il motivo era prevenire la diffusione dell’Aids - ha spiegato Celeste Costantino, vice presidente di Una, nessuna e centomila - si rispondeva, dunque a un’emergenza sanitaria e fu fatta una campagna di informazione imponente con un opuscolo illustrato realizzato dal ministero della Sanità che all’epoca era guidato Francesco De Lorenzo, non da quello dell’Istruzione dove la titolare era Rosa Russo Iervolino: era fatto con le illustrazioni di Lupo Alberto. La ministra rese facoltativa per le scuole la scelta di adottare l’opuscolo: l’adesione fu enorme, quindi c’erano le condizioni per arrivare a una formalizzazione dell’educazione affettiva e sessuale. Ma scoppiò Tangentopoli e…”.

Da allora ci sono state le leggi del 2007 e la riforma della “Buona scuola” (governo Renzi) del 2015 dove si affidava alla scuola (in collaborazione con la famiglia) la formazione su sessualità e affettività per “la salute psicofisica degli studenti”. Ma poi i successivi decreti attuativi che regolano la formazione del personale docente non hanno previsto un obbligo formativo per gli insegnanti su questi temi.

La conseguenza è stata, ed è tuttora, un’offerta formativa, a macchia di leopardo tra scuole medie e superiori, messa in piedi grazie all’iniziativa dei singoli istituti e in base alle loro risorse economiche: chi vuole e può permetterselo si rivolge, attraverso bandi, ad esperti, associazioni e centri antiviolenza per organizzare i corsi.

Anche nel progetto “Educare alle relazioni” annunciato un anno e mezzo fa dal ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara sull’onda del femminicidio Ceccettin, non si parla di obbligatorietà nei curricula: si prevedevano 30 ore extracurricolari, ovvero in più rispetto alle ore di lezione, e su base volontaria. Non solo, il progetto è, di fatto, rimasto ancora tutto sulla carta in seguito alle polemiche politiche: i movimenti Provita, sostenuti dai partiti di maggioranza, da sempre annunciano barricate contro l’educazione sessuale nelle scuole. Un esempio su tutti: quando si è trattato di assegnare 500mila euro, non certo una cifra enorme, alle Pari Opportunità per i corsi di educazione affettivo-sessuale nelle scuole grazie a un emendamento di +Europa, il governo ha dirottato quei fondi per formare i docenti su non ben precisati “corsi sulla fertilità” scatenando le proteste di opposizione, sindacati, centri anti violenza e associazioni come Action Aid e Save The Children.

All’inizio di aprile il ministro, sulla scia di altri due recenti femminicidi, quello delle studentesse Sara Campanella e Ilaria Sula, è tornato a parlare dell’importanza dell’educazione di genere (“educazione al rispetto delle relazioni corrette”) a scuola ma stavolta all’interno delle ore di educazione civica. E ha previsto sostegno e monitoraggio tramite l’istituto Indire. Ma ancora non si parla di percorsi obbligatori.

Ma c’è, a livello istituzionale, una completa comprensione del fenomeno violenza di genere tra giovani e giovanissimi? Il dubbio viene a leggere una definizione contenuta nelle nuove Linee Guida della scuola primaria presentate all’inizio di aprile. Parlando di scuola che “educa alla relazioni” si parla di “rispetto” e di “educazione alle differenze” e poi si precisa che “queste tipo di educazione è qualcosa di più dell’alfabetizzazione emozionale: allena bambine e bambini a ‘capirsi’ nella complementarità delle rispettive differenze e sviluppa sani anticorpi di contrasto di quella triste patologia che è la violenza di genere”. I ricercatori di Bicocca hanno fatto notare che la parola “patologia” fa pensare a una malattia, quindi a un’eccezionalità mentre il fenomeno violenza non è patologico e nemmeno emergenziale, ma, purtroppo, strutturale. E riguarda tutte le generazioni.

Il quadro italiano appare ancor più sconsolante se confrontato con quello altri Paesi europei, come hanno spiegato i sociologi di Bicocca; persino la Polonia, dopo 8 anni di governo conservatore sta attuando delle riforme più aderenti ai parametri Unesco. In Svezia l’educazione sessuale è obbligatoria nel sistema dal 1955, primo Paese a introdurla a livello mondiale. La materia si chiama “Sessualità, consenso e relazioni” ed è previsto che gli insegnanti arrivino da corsi universitari ad hoc e seguano una formazione continua. Uno dei temi su cui si insiste molto è quello del consenso. In Francia la situazione è in evoluzione proprio in questo periodo ma comunque l’educazione affettivo-sessuale nelle scuole è obbligatoria dal 2001 si chiama educazione alla vita emotiva e relazionale e in questi mesi si sta procedendo a una sua implementazione anche alla scuola materna ed elementare con corsi di formazione ad hoc agli insegnanti.

In Francia l’educazione affettivo-sessuale fa parte del programma dell’École promotrice de santé et l’éducation du citoyen e dal 2023 è in corso un processo di implementazione dell’educazione alla vita emotiva e relazionale nelle scuole materne ed elementari e dell’educazione alla vita emotiva, relazionale e sessuale nelle scuole medie e superiori. La riforma è promossa dal Ministero dell’Istruzione, entrerà in vigore dal prossimo anno scolastico e in proprio in questo periodo stanno partendo i corsi di formazione per il corpo insegnante a partire.

In Spagna l’educazione affettivo-sessuale è stata introdotta nel sistema scolastico per legge nel 2020 ed è intesa come insegnamento trasversale, anche se non specificata come materia in sé. Non è obbligatoria a livello nazionale ma regionale e ci sono casi virtuosi di regioni autonome più avanti rispetto al resto del Paese come quello delle Asturie che con il programma “Ne orchi ne principesse” ha recepito bene le raccomandazione Unesco anche per la scuola elementare.

La Polonia, dopo 8 anni di governo conservatore (come dimenticare la svolta che rese illegale l’interruzione volontaria di gravidanza), sta introducendo una riforma che diventerà operativa dal prossimo settembre: la materia “Educazione alla vita familiare” (di impronta conservatrice) è sostituita con la materia (facoltativa) di “Educazione alla salute per tutti gli studenti dal IV anno delle primarie fino alle scuole superiori; e sono appena iniziati percorsi formativi e corsi post-laurea per insegnanti, finanziati dal Ministero e gratuiti per i docenti.

Concludiamo tornando all’Italia dove, attualmente, secondo una ricerca di Save The Children, meno di un adolescente su due ha fatto educazione affettiva e sessuale a scuola eppure 9 genitori su 10 vorrebbero percorsi scolastici obbligatori in questo senso.

“Anche per quanto riguarda la formazione dei docenti la situazione italiana è confusa, - sottolinea la professoressa Marina Calloni - e introdurre l’obbligatorietà renderebbe più lineare il percorso: come Università dovremmo arrivare a fornire una formazione specialistica mainstream per rendere tutti i docenti di ogni ordine e grado più consapevoli, ma dovremmo anche arrivare ad avere corsi di laurea e corsi di specializzazioni mirate. Al momento le scuole si affidano ad associazioni e professionisti esterni in una situazione un po’ confusa. Per questo noi abbiamo un canale aperto con i professionisti che operano le scuole, per avere una rete di esperti che sia davvero al servizio degli insegnanti. Non è un tema su cui possiamo abbassare la guardia, visti i dati sulle violenze. All’Università Bicocca, facciamo corsi antiviolenza dal 2013 eppure, nel luglio 2023 una mia studentessa, Sofia Castelli, è stata uccisa dall’ex fidanzato”.

“Fare educazione affettivo-sessuale significa educare fin da piccoli bambine e bambini alla consapevolezza delle proprie emozioni, significa educarli all’autodeterminazione e all’autonomia - ha sottolineato Elena Biffi, docente di pedagogia in Bicocca - In assenza di percorsi formali sarà altro a lasciare il segno nelle nuove generazioni. Chi deve occuparsene se non la scuola? Perché ci ostiniamo a non volerlo?”.