di Antonio Baldissarri e Massimo Garbagnoli*
Avvenire, 8 gennaio 2023
Ha fatto scalpore, il giorno di Natale, l’evasione dal carcere minorile Beccaria di Milano di sette detenuti (tutti successivamente catturati oppure consegnatisi alle forze dell’ordine).
Avevano approfittato del fatto di essere in cortile, assieme ad altri compagni di detenzione, alla presenza di una sola guardia. Così come delle impalcature di un eterno cantiere (sul posto da 16 anni), a portata di mano, che ha di molto facilitato lo scavalco.
I politici che hanno visitato la struttura dopo la clamorosa fuga - l’ultima delegazione in ordine di tempo è stata di alcuni parlamentari e consiglieri comunali milanesi del Pd - hanno lamentato una situazione pressoché immutata rispetto ad ispezioni compiute nell’estate scorsa.
Il sovraffollamento che investe anche l’istituto penale milanese, condiziona il normale svolgimento delle funzioni tanto da parte della Polizia penitenziaria (che, al contrario, in tutta Italia sconta una pesante e ormai annosa mancanza di personale) quanto degli operatori sociali, che fanno quello che possono. In questa pagina i contributi di due esperti al tema del disagio nelle carceri italiane.
Caro direttore, è una questione di prospettiva! Come dice don Gino Rigoldi: “È dura far capire a questi ragazzi che con un lavoro ci si può riabilitare”. Quando però riescono a comprenderlo si ribalta la prospettiva: è un dato di fatto a cui assistiamo puntualmente. Alcuni ragazzi accettano addirittura di prolungare anche di qualche mese la loro permanenza in carcere.
Ma come avviene questo? In questi giorni di dibattito a seguito dell’evasione di alcuni giovani detenuti dal “Beccaria’,’ vorremmo portare la nostra esperienza. Alcuni ragazzi vengono invitati a partecipare alle attività di laboratori interni, grazie al lavoro capace degli educatori interni all’istituto e a quello, altrettanto abile e fine, della polizia penitenziaria che non si occupa solo di contenimento, ma anche di indicare e sostenere i percorsi riabilitativi. Nei laboratori, specializzati in formazione di identità lavorative, il fare operoso determina il cambiamento della persona.
Non si tratta solo di insegnare un lavoro “vero”, ma di lavorare con il ragazzo per aiutarlo a formarsi in una nuova prospettiva di vita in cui il lavoro offre un ruolo e dei valori significativi e credibili. In pratica, chi accede ai laboratori di questo tipo, inizia con i normali orari delle attività formative interne, 9-12 circa, per poi arrivare a frequentare il laboratorio per tutta la mattinata, dalle 8.30 alle 12.30, grazie all’indispensabile strumento dell’articolo 21 interno, fino a estendere la sua permanenza alle 16.30.
Chi ne comprende la portata, coglie la possibilità di uscire da un percorso di delinquenza per realizzarne un altro, costituito da ritmi e valori totalmente differenti. Inizia a vedere il mondo con prospettive diverse: la stessa nostra realtà appare differente se guardata con gli occhi di ragazzi che sino a quel punto l’avevano vista nella prospettiva delle bande o delle sottoculture devianti, fortemente condizionati dal disagio, quasi mai da necessità vitali.
Nei laboratori la visione deviante del mondo viene lentamente sostituita con quella della vita lavorativa. Quando i ragazzi arrivano vicino al fine pena, possono proseguire fuori dal carcere. Non sempre però i tempi della legge coincidono con quelli dei posti esterni disponibili. Succede così che qualche ragazzo chieda di non essere scarcerato finché non si liberi un posto presso il laboratorio esterno e completare così il percorso di formazione.
Lavorare dentro al carcere per creare prospettive per il futuro viene compreso dai diretti interessati. Spendere in maniera utile il tempo di reclusione per creare competenze diventa fondamentale per la detenzione di questi ragazzi e per la loro vita. Tutto ciò ha poi una ricaduta importante in vari ambiti della realtà sociale e personale: un giovane a fine percorso, pienamente inserito nel mondo del lavo - ro, diventa risorsa per tutti e per sé stesso.
Ne giova la sua famiglia di origine e quella che lui stesso creerà; ne beneficia il contesto sociale del territorio che avrà una percezione della sicurezza meno preoccupante. Non c’è dubbio: potenziare tali percorsi virtuosi è la cosa migliore da fare per riportare alla legalità ragazzi che altrimenti sarebbero destinati, nella maggioranza dei casi, a tornare a commettere reati.
*Cooperativa Cidiesse










