di Simona Musco
Il Dubbio, 14 maggio 2026
“Non capisco come sia stato possibile condannare Stasi. Se una persona può essere condannata solo al di là di ogni ragionevole dubbio, come può esserlo dopo due assoluzioni, in Assise e in Appello? La legge va cambiata”. Carlo Nordio rilancia così una riforma più volte fallita: l’inappellabilità delle assoluzioni. Il ministro parla di una “situazione paradossale” in cui “una persona assolta in primo e secondo grado può, senza nuove prove, essere infine condannata”. Nel caso Stasi, va detto, l’appello bis si basò su un’istruttoria rinnovata che cambiò le sorti del processo, “con tre perizie e decine di nuove audizioni, non una semplice rilettura degli atti”, ha sottolineato Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi. Inoltre, anche dopo l’assoluzione in primo grado, la procura avrebbe comunque potuto ricorrere in Cassazione. Ma resta un fatto: il caso Garlasco è terreno ideale per riaprire il cantiere giustizia, dopo essere stato usato senza successo durante la campagna elettorale per la separazione delle carriere.
Dopo i lievi correttivi introdotti da Marta Cartabia, Nordio ha già ottenuto l’inappellabilità delle assoluzioni per i reati a citazione diretta davanti al tribunale monocratico. Ma ora vuole di più, rispolverando quel sogno riposto in un cassetto rimasto socchiuso. Il ministro, che ne ha parlato durante un convegno alla Scuola superiore della polizia penitenziaria “Piersanti Mattarella”, si è soffermato dunque sul peso dell’opinione pubblica sul processo penale. Che dovrebbe restarne fuori, ma così non è, con inevitabili conseguenze. Il caso Garlasco è l’emblema di tutto ciò, tanto da finire nei sondaggi. Secondo quello di Swg, nonostante la condanna definitiva, solo il 6% degli italiani ritiene colpevole Alberto Stasi; il 32%, che sale al 48% tra chi segue il caso dal 2007, indica Andrea Sempio. Il 72% denuncia gravi errori nelle prime indagini e la trasformazione della vicenda in spettacolo mediatico, pur riconoscendo ai media il merito di aver evitato l’oblio. Il 63% approva la riapertura delle indagini per rimediare ai fallimenti del passato e arrivare alla verità. Per il 47%, però, resta impossibile individuare con certezza il colpevole: segno di una ferita giudiziaria e sociale ancora aperta. Nordio coglie il punto: “Il cittadino si domanda come possa esistere una situazione in cui una persona ha scontato una pena gravissima mentre oggi si indaga su un altro soggetto sulla base di prove che indicherebbero un autore completamente diverso. Una situazione anomala che raramente si vede e che io non ho mai visto”. Precisa però di non voler entrare nel merito, non avendo “idea della dinamica del delitto né del suo autore”, ma aggiunge di avere “un’idea chiara sulla dinamica della nostra legislazione, che è sbagliata”. Dura la replica di Giovanni Zaccaro, segretario di Area, corrente progressista delle toghe: “Il caso Garlasco è diventato occasione per fare audience e speculare sulla giustizia. Mi dispiace che al coro si uniscano il ministro della Giustizia e il presidente delle Camere penali. Bisognerebbe evitare giudizi affrettati e lasciare lavorare serenamente chi si occupa della vicenda”. Dura la replica dell’Ucpi a Zaccaro: “Il riferimento al “coro” mediatico appare del tutto fuori luogo - si legge in una nota.
Una cosa sono le strumentalizzazioni televisive o le semplificazioni giornalistiche. Altra cosa è il diritto-dovere dell’avvocatura di interrogarsi pubblicamente sul funzionamento del processo e sulle garanzie che presidiano la libertà dei cittadini”. A sorpresa concorda invece Liborio Cataliotti, avvocato di Sempio insieme ad Angela Taccia, ma ribaltando il punto di vista: “Se la normativa consentisse un nuovo processo contro una persona diversa da un condannato per un reato monosoggettivo, sarebbe incostituzionale o comunque da modificare. La procedura penale sarebbe l’unico ambito in cui un giudizio non vale erga omnes”. Se Sempio arrivasse a processo, dunque, secondo il legale si porrebbe un problema di costituzionalità.
Intanto prosegue la diffusione degli atti d’indagine contro Andrea Sempio. In una memoria di 105 pagine depositata il 6 maggio, i pm Giuliana Rizza, Valentina Stefano e Stefano Civardi scrivono che “gli esiti delle verifiche compiute sono incompatibili con la responsabilità di Alberto Stasi “. Il documento era già pronto prima dell’interrogatorio di Sempio, che quel giorno scelse il silenzio, pur essendo indagato per omicidio senza concorso: Stasi, nonostante la condanna definitiva, non può infatti essere ritenuto corresponsabile.
I pm elencano 21 punti, sostenendo che Sempio avrebbe mentito sulle tre telefonate fatte a casa Poggi nel 2007 e nel 2008, interrogato sul suo alibi, si sarebbe sentito male fino a richiedere un’ambulanza, producendo poi uno scontrino di parcheggio ritenuto inattendibile. Nel 2014 avrebbe seguito con particolare interesse il tema del dna trovato sotto le unghie di Chiara; nel 2016, dopo l’iscrizione nel registro degli indagati, si sarebbe attivato col padre per trovare denaro e chiudere rapidamente il procedimento. Avrebbe inoltre mentito nell’interrogatorio del 10 febbraio 2017. Il 26 febbraio 2025, contattato dai carabinieri di Voghera, avrebbe gettato in un cestino del centro commerciale di Montebello della Battaglia un foglio manoscritto con appunti collegati all’omicidio. Per l’accusa, il dna sotto le unghie di Chiara - che si sarebbe difesa - è compatibile con Sempio e incompatibile con Stasi. C’è poi l’impronta 33, ritenuta non lasciata da semplice acqua perché “l’acqua non reagisce alla ninidrina” e già visibile prima dei rilievi del Ris.
Quanto al movente, i pm sostengono che il 7 e l’8 agosto 2007 Sempio avrebbe tentato un approccio con Chiara telefonandole tre volte e citando un video intimo tra lei e Alberto in suo possesso. Avrebbe sviluppato un interesse non ricambiato e, dopo il rifiuto, risentimento. Secondo la ricostruzione accusatoria, Sempio si sarebbe presentato a casa Poggi e il rifiuto di un approccio sessuale avrebbe scatenato una reazione improvvisa culminata nell’omicidio. I magistrati descrivono inoltre Sempio, attraverso scritti, ricerche online e post, come una persona “ossessionata dal sesso violento, frustrata dalle esperienze giovanili e irrispettosa della dimensione personale femminile”, tratti ritenuti coerenti col delitto. Per l’accusa non avrebbe avuto un alibi valido e sarebbe tornato due volte sulla scena del crimine.
Restano però le fragilità dell’impianto accusatorio: non esistono elementi che confermino che Sempio avesse visto il video intimo, che lo avesse sottratto alla vittima né prove di un’attrazione per Chiara, che non avrebbe mai riferito attenzioni anomale da parte sua. E soprattutto, l’impronta palmare indicata come decisiva non raggiunge la soglia minima di corrispondenza richiesta dalla Cassazione. Insomma, il caso Garlasco è oggi il terreno di uno scontro frontale tra la verità processuale e mediatica su Sempio, un paradosso dove il sistema giudiziario cerca di rimediare ai propri errori sotto la spinta di un’opinione pubblica che, da casa, vuole dire la propria sull’ennesimo mistero italiano.











