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di Francesca Caferri

La Repubblica, 19 ottobre 2022

L’attivista protesta per le condizioni di detenzione di migliaia di prigionieri. Per il governo una spina nel fianco in vista della conferenza sul clima Cop27. Duecento giorni di sciopero della fame. Li ha raggiunti oggi Alaa Abdel Fatah, il più importante attivista per i diritti umani egiziano, in cella con l’accusa, ultima di una lunga serie, di aver preso parte a un sit in non organizzato e di aver diffuso notizie false contro il governo. Abdel Fatah, 40 anni, volto e cervello delle rivolte di piazza Tahrir, incarcerato dai presidenti Hosni Mubarak e Mohammed Morsi e ora dal loro successore Abdel Fatah al Sisi, è entrato in sciopero per protestare contro le condizioni di carcerazione di migliaia di detenuti in attesa di processo e privati di molti dei più elementari diritti in Egitto: dalla possibilità di ricevere visite regolari, a quella di leggere, fare esercizio ed essere a conoscenza delle accuse che contro di loro vengono mosse.

Nelle settimane scorse la sorella, Mona Seif, ha lanciato l’allarme per le condizioni del fratello, ridotto, nelle sue stesse parole a “uno scheletro”. La stessa Seif guiderà oggi un sit in di fronte al Foreign Office di Londra per chiedere al governo inglese di fare di più per ottenere la liberazione dell’attivista. A Seif così come al fratello e all’altra sorella (anche lei a lungo detenuta) è stata concessa nei mesi passati la cittadinanza britannica. Quella della famiglia non è l’unica protesta prevista per oggi: centinaia di persone in tutto il mondo stanno portando avanti uno sciopero della fame a staffetta in solidarietà con Abdel Fatah. L’iniziativa è appoggiata da Amnesty International e ha visto scrittori, giornalisti, insegnanti digiunare a catena anche in Italia.

Abdel Fatah, ingegnere informatico, soprannominato “l’icona della rivoluzione” e considerato un punto di riferimento per tutti gli attivisti del mondo arabo. Per capire quale sia l’importanza del pensiero di questo uomo che ha passato sette degli ultimi otto anni in carcere per le sue idee, basta sfogliare le pagine di “Non siete stati ancora sconfitti”, il libro che raccoglie i suoi scritti e che è stato pubblicato in Italia da Hopefulmonster: “Siamo stati e poi siamo stati sconfitti e il significato è stato sconfitto con noi. Ma non siamo ancora morti e anche il significato non è stato ucciso”, recita la quarta di copertina.

Quello di Abdel Fatah è il più clamoroso dei casi di violazioni dei diritti umani che l’Egitto deve affrontare in vista della conferenza internazionale sul clima COP27 che si svolgerà nelle prossime settimane a Sharm el Sheik. Un incontro che servirà al presidente Al Sisi per legittimare il suo ruolo e aumentare il prestigio del Paese ma che attivisti e politici progressisti contestano sin dall’assegnazione, un anno fa. Persone arrestate senza capi di imputazione certi, oppositori bloccati in patria senza poter partire e con i conti correnti bancari congelati: questa la situazione nel Paese ospite secondo le maggiori organizzazioni per i diritti umani di tutto il mondo. Per l’Italia il caso più famoso è quello del ricercatore Patrick Zaki, a cui dopo una lunga detenzione viene impedito di tornare a Bologna per completare gli studi.