di Francesca Caferri
La Repubblica, 20 novembre 2020
Dopo il fermo di due attivisti di Eipr, l'ong con la quale collaborava anche Patrick Zaky, in molti al Cairo temono che gli arresti non saranno gli ultimi. Il presidente dell'organizzazione: "Siamo di fronte a violazioni che non avremmo immaginato cinque o dieci anni fa".
Karim Ennarah è stato fermato alle due del mattino di mercoledì, mentre era in vacanza con alcuni amici in un ristorante di Dahab, località balneare egiziana. Aveva scelto di andare lì per mettersi alle spalle la tensione che da giorni respirava al Cairo, ma non è bastato. Domenica, nella capitale egiziana, era stato arrestato un suo collega, Mohammed Basheer: entrambi lavorano per l'Egyptian initiative for personal rights (Eipr) una delle principali ong in difesa dei diritti umani rimaste attive in Egitto, la stessa con cui collaborava Patrick Zaky. Dopo l'arresto di Basheer, che non si occupa di contenuti ma dirige la contabilità, al gruppo di Eipr era stato subito chiaro che il cerchio si stava stringendo e che ci sarebbero stati altri fermi: diverse persone avevavo lasciato le loro case, altri come Karim, erano andati fuori città, ma non è bastato.
Gli arresti, temono al Cairo, non saranno gli ultimi: prima del fermo di Karim, i media pro-governativi avevano iniziato a pubblicare articoli critici di Eipr, accusando il gruppo di lavorare per danneggiare la reputazione dell'Egitto e di essere affiliato ai Fratelli musulmani e al Qatar. Due affermazioni che nell'Egitto di oggi portano con sè un messaggio chiaro: essere nel mirino delle autorità. I fermi seguono l'incontro di due settimane fa fra i rappresentanti di Eipr e gli ambasciatori dei Paesi occidentali (fra cui il rappresentante italiano, l'ambasciatore Giampaolo Cantini) per fare il punto sulla situazione dei diritti umani in Egitto.
Un incontro di routine che, secondo Gasser Abdel Razek, presidente di Eipr, ha scatenato i timori delle autorità per la possibile riapertura di un fronte diplomatico sul tema dei diritti umani, in coincidenza con l'avvio dell'amministrazione Biden. Il timore delle autorità egiziane sarebbe dunque che la nuova Casa Bianca possa essere molto più dura contro il Cairo di quanto non sia avvenuto finora, riportando le relazioni ai tempi dell'amministrazione Obama, quando il governo del presidente Abdel Fatah Al Sisi si vide bloccare milioni di dollari in aiuti militari proprio a causa della pessima situazione sui diritti umani.
Basheer e Ennarah, come Patrick Zaky, sono accusati di aver diffuso informazioni false e di aver complottato contro lo Stato: la situazione non sembra semplice perché il loro caso è stato inserito nello stesso file di quello dell'avvocatessa Mahienour el-Massry, collaboratrice di Amnesty International, arrestata più di un anno fa e da allora in attesa di giudizio. "L'estremo fastidio provocato nelle autorità dal nostro incontro con gli ambasciatori è la dimostrazione di quanto sia pessima la situazione dei diritti umani in Egitto - ha detto in un'intervista al giornale indipendente Mada Masr, Gasser Abdel Razek - non solo in termini di quantità ma anche di qualità. Siamo di fronte a violazioni che non avremmo immaginato cinque o dieci anni fa".
Amnesty International ha definito "oltraggiosi" gli arresti e invitato i governi i cui ambasciatori erano presenti all'incontro a fare pressione per il rilascio degli attivisti e perché in carcere non finiscano altre persone. Un appello rivolto anche a Roma da cui si attende una risposta chiara e autorevole, in linea con le promesse del governo sui rapporti con l'Egitto dopo l'uccisione di Giulio Regeni e l'arresto di Patrick Zaky.











