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di Roberta Zunini


Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2020

 

Il vicedirettore del quotidiano Youm 7 incarcerato per una frase detta su Al Jazeera: in carcere ha subito il contagio letale. Dopo aver criticato la risposta delle autorità egiziane all'emergenza Covid-19 ed essere finito dietro le sbarre per aver fatto il proprio mestiere di giornalista con la schiena dritta, Mohammed Monir è morto per aver contratto il virus in prigione. Mohamed Monir, 65 anni, è deceduto in un'unità di isolamento dell'ospedale del Cairo - ha confermato la sua famiglia - dove era stato ricoverato due settimane fa dopo il suo rilascio dal carcere di Tora a causa delle sue cattive condizioni di salute. Dopo il suo rilascio, Monir aveva scritto un post su Facebook lamentando mancanza di respiro e dolore toracico, deducendo di aver contratto il coronavirus.

"Anche brevi detenzioni durante questa pandemia possono significare una condanna a morte", ha dichiarato Sherif Mansour, coordinatore del programma per il Medio Oriente del Comitato per la protezione dei giornalisti, chiedendo pertanto alle autorità di rilasciare giornalisti detenuti. Monir, giornalista molto noto in Egitto per autorevolezza e indipendenza, negli scorsi mesi aveva criticato la gestione da parte del governo della pandemia in varie occasioni e su diversi media tra cui la tv internazionale del Qatar, Al Jazeera, bandita dal regime di al-sissi essendo da lui ritenuta espressione della Fratellanza Musulmana, invisa al presidente egiziano.

La polizia aveva arrestato Monir il 15 giugno, accusandolo di essere membro di un gruppo terroristico, di diffondere notizie false e abusare dei social media. I detenuti possono essere trattenuti per anni con accuse vaghe o palesemente fabbricate, non per forza collegate a esempi specifici tratti dagli articoli o interviste televisive. Dallo scorso febbraio, le autorità hanno dato il via a una campagna di arresti di giornalisti e medici che hanno osato denunciare l'incapacità del governo egiziano di gestire la pandemia sottolineando i pericoli ancora più allarmanti per coloro che sono detenuti. Fra gli altri giornalisti arrestati ci sono Awni Nafee, cronista sportivo prelevato da una struttura di quarantena dove alloggiava dopo il suo arrivo dall'Arabia Saudita - ave va criticato il trattamento da parte del governo dei rimpatriati egiziani prima della sua detenzione - Mostafa Saqr e Sameh Hanein.

A maggio, le autorità egiziane avevano costretto la giornalista del britannico Guardian, Ruth Michaelson, a lasciare il Paese dopo aver riferito di uno studio scientifico secondo cui l'egitto probabilmente aveva molti più casi di coronavirus di quanto fosse stato ufficialmente confermato. Ma sono sempre di più anche i medici, gli operatori sanitari e persino i farmacisti ad aver conosciuto le patrie galere. Un medico è finito in manette dopo aver scritto un articolo sulla estrema fragilità del sistema sanitario pubblico egiziano.

Un farmacista è stato prelevato durante l'orario di lavoro poco dopo aver pubblicato online la scarsità di equipaggiamento protettivo per gli operatori sanitari e per sé e i propri colleghi. Un editore è stato prelevato nella camera da letto durante la notte poco dopo aver espresso sui social la propria perplessità circa i dati ufficiali del coronavirus. Una dottoressa invece è stata arrestata per aver prestato il telefono dello studio a un collega che intendeva denunciare alle autorità un sospetto caso di coronavirus allo scopo di far ricoverare in ospedale il paziente molto probabilmente contagioso.

Sarebbero almeno 10 i medici e 6 i giornalisti arrestati da quando il virus ha colpito l'egitto, lo scorso febbraio, secondo le organizzazioni non governative che si battono per il rispetto dei diritti umani sanciti dalle Convenzioni Internazionali e ratificati anche dal Cairo. Nel frattempo, altri operatori sanitari e giornalisti hanno fatto sapere a queste Onlus di aver ricevuto moniti non proprio blandi da parte degli amministratori pubblici in cui gli intimano di stare in silenzio, altrimenti verranno puniti. Un corrispondente straniero è fuggito dal paese, temendo l'arresto, e altri due sono stati ammoniti per "violazioni professionali".

Il coronavirus intanto continua a diffondersi nel paese di 100 milioni, minacciando di sopraffare gli ospedali. "Ogni giorno che vado al lavoro, sacrifico me stesso e tutta la mia famiglia", ha detto al Fatto un medico del Cairo, che ha parlato a condizione di anonimato per paura di ritorsioni, come tutti i medici menzionati finora.

"All'inizio ne arrestavano pochi ma in modo eclatante per inviare agli altri un messaggio di terrore neanche troppo subliminale. Non vedo alcuna luce all'orizzonte". I medici affermano di essere costretti ad acquistare maschere chirurgiche con i loro magri salari. La pandemia ha spinto il Sindacato medico egiziano, un gruppo professionale non politico, a ricoprire il nuovo ruolo di unico difensore dei diritti dei medici. Fino ad ora 117 medici, 39 infermieri e 32 farmacisti sono deceduti per Covid-19, secondo i dati dei membri del sindacato.