di Francesca Paci
La Stampa, 29 novembre 2019
Da due mesi, dalle proteste contro il presidente al Sisi mobilitate dal sedicente imprenditore in esilio Mohamed Ali e terminate con oltre duemila arresti, il governo del Cairo ha stretto ancora di più la morsa sulla stampa. Ieri, secondo il sindacato dei giornalisti egiziani, la National Security ha prelevato nella sua casa di Qalyubiya il giornalista Ahmed Shaker, un collaboratore del periodico Rose al Youssef.
A rilanciare immediatamente la notizia sui social network è stato il sito d'informazione indipendente (uno degli ultimi) MadaMasr, protagonista a sua volta pochi giorni fa di una visita non esattamente amichevole degli apparati di sicurezza. Il caso di MadaMasr, famoso per tenere viva la memoria di Giulio Regeni in un Paese dove invece si preferisce non ricordare, ha fatto rapidamente il giro del mondo e i quattro redattori trattenuti in custodia cautelare - Shady Zalat, Rana Mahmoud, Mohamed Hamadi e la direttrice Lina Attallah - sono stati poi rilasciati. Ma il messaggio, ribadito ieri con il fermo di Shaker, è forte e chiaro.
Lo è stato da subito: quando, dopo aver portato via nella notte Zalat e il suo computer, la polizia in borghese ha fatto irruzione nella redazione di MadaMasr e, incurante della presenza di alcuni colleghi di France24 nonché di diplomatici francesi accorsi su chiamata dei connazionali, ha perquisito le stanze e ammanettato gli altri tre reporter pochi al Cairo hanno avuto dubbi sul casus belli, l'articolo appena pubblicato sul figlio maggiore del presidente al Sisi al centro di uno scontro di poteri interno agli apparati di sicurezza e inviato in Russia ad occuparsi di uno dei più attivi alleati del regime, Putin.
Nelle ultime ore tutti e quattro i giornalisti di MadaMasr sono stati rilasciati mentre per ora non si sa nulla di Ahmed Shaker. La denuncia di Amnesty A detta di Amnesty International dal 20 settembre le autorità egiziane hanno lanciato la più ampia campagna repressiva da quando al Sisi è diventato presidente.
Sull'onda della sfida lanciata dalla Spagna da Mohmaed Ali la sicurezza ha portato in cella una cifra senza precedenti di oppositori, tra cui almeno 111 minorenni. L'accusa è sempre quella di "intelligenza con il nemico" (i Fratelli Musulmani) ma nella rete sono finiti avvocati per i diritti umani, attivisti, esponenti politici, semplici manifestanti e giornalisti (molti sono ora liberi ma restano sotto processo). L'Egitto è con la Turchia e la Cina il Paese con il più alto numero di reporter in carcere










