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di Luigi Manconi


La Repubblica, 6 dicembre 2020

 

Questa è una storia italiana, italianissima, ma così profondamente calata nella contemporaneità del mondo da far provare le vertigini. Ed è una storia, quella di Giulio Regeni, dai tratti tradizionali e talvolta remoti, che pure precipita in un cupo scenario post-moderno: quello delle infinite guerre regionali. Una storia che muovendo da un paese da presepe fin nel nome, Fiumicello, e dalle sue 4.715 anime, vola verso gli Usa poi in Inghilterra e infine in Nord Africa, senza mai staccarsi da quel "piccolo mondo antico".

Quel mondo è una sorta di "distretto del pattinaggio a rotelle": e cosa c'è di più italiano? Arrivate in un borgo dell'Umbria o in una cittadina pugliese, o in un comune piemontese e scoprite che lì si producono i ricami più contesi dalle maison parigine; o "le castagne più buone del mondo", ed è vero! O ancora le componenti dell'auto, destinate all'industria giapponese.

A Fiumicello, per chissà quale vocazione antropologica o retaggio genetico, si trovano i campioni e le campionesse del pattinaggio a rotelle: il gruppo Diamante nel 2019 è stato campione nazionale. E in passato, per due volte, medaglia di bronzo ai Mondiali. Irene Regeni, sorella di Giulio, è campionessa di pattinaggio artistico e ora segue un brillante corso di studi all'estero. Chissà se quella disciplina sportiva, che unisce all'agilità e alla rapidità del corpo l'uso della prima tecnologia, la ruota, può dirci qualcosa di un paese e di una famiglia, quella di Paola Deffendi e Claudio Regeni, che sanno muoversi così intelligentemente tra comunità locale e dimensione globale. La comunità, l'ho vista più volte in questi anni, e sembrava che la retorica di circostanza ("tutto il paese è con loro"), per una volta fosse una realtà autentica, in quelle notti di fine gennaio trapuntate di fiaccole e la cittadinanza intorno ai familiari.

Questa, infatti, è anche una storia dai contorni, oso dire, positivi, pur in un quadro di mero orrore. E con tante persone belle. Lo dico subito, è possibile che a me appaiano tali perché ne ho condiviso da non troppo lontano lo strazio. E perché anch'io ho visto in loro la possibilità di riscattare un oltraggio così ignominioso, al punto da farmele immaginare come tutori di un onore perduto davanti alla sopraffazione di un regime dispotico.

Qui sta l'errore: loro sono e chiedono di essere semplicemente la madre, il padre, la sorella di Giulio e non i sostituti di una politica pusillanime. Tuttavia, continuiamo ad attribuire al loro dolore il senso generale di una lotta per la verità e la giustizia. È inevitabile per certi versi che sia così, perché quei familiari, come altri familiari di altre vittime, hanno rinunciato a vivere il lutto nell'intimità più profonda, affinché esso diventasse patrimonio collettivo e questione pubblica.

Tra quelle persone l'avvocato genovese, Alessandra Ballerini, specializzata in diritti umani. È una di quelle figure di legali ricorrenti nella letteratura e nella filmografia statunitensi prima dei legai thriller di Turow e Grisham. Qui siamo in un'ambientazione anni 50 in uno stato del Sud, dove gli avvocati sono tanto in apparenza disordinati, quanto nei fatti meticolosi e acuti; e tanto sembrano identificare il proprio ruolo con l'emotività delle vicende criminali, quanto poi si dimostrano capaci nel districarne il groviglio e rintracciare la soluzione.

Ballerini si è immedesimata nella sofferenza dei Regeni, al punto da intercambiare continuamente - e teneramente - un ruolo di figlia con quello di difensore dall'ostilità e dall'invadenza: oltre che da parte degli assassini di Giulio, da parte di quel mondo esterno che non conosce il rispetto perché non conosce il dolore. Poi ci sono altri, i cui nomi non compaiono nelle cronache: Beppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale della Stampa, che in una delle sue "reincarnazioni" si è fatto instancabile megafono di tutte le vicende in cui la questione dell'informazione si intreccia a quella della violazione dei diritti umani.

E, infine, Riccardo Noury, appassionato cultore del cinema di Rainer, Fassbinder, da vent'anni portavoce di Amnesty International. È stato lui, con Ballerini, ad avere l'idea degli striscioni gialli "verità per Giulio" che hanno comunicato attraverso il più antico dei media, la scritta sul muro, la domanda di giustizia di una parte significativa degli italiani. Tutte queste persone, come si dice nel pattinaggio a rotelle, hanno fatto "carrello", ovvero, secondo la lezione delle discipline orientali, si sono piegate non per cedere, ma per raccogliere le energie e rafforzare lo slancio. Ora siamo a un passaggio decisivo, quello della conclusione delle indagini. Nella Procura di Roma, c'è un'altra bella persona: il sostituto procuratore Sergio Colaiocco (non l'ho mai visto in vita mia, ma ho buone ragioni per crederlo). Il mio irreparabile pessimismo si prende una pausa. Spes contra spem, come diceva Marco Pannella sulla traccia di Paolo di Tarso nella Lettera ai Romani.