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di Anna Momigliano

Corriere della Sera, 23 settembre 2025

L’annuncio del presidente Al Sisi: il blogger 43enne era in prigione dal 2019. Incarcerato più volte già ai tempi di Mubarak e poi di Morsi, l’ultima volta è stato accusato di diffondere “notizie false” per un like su Facebook. Dopo quasi dodici anni di carcere, il più famoso dissidente egiziano, Alaa Abdel-Fattah, sarà finalmente libero: la grazia è stata annunciata ieri dal presidente Abdel Fattah Al Sisi, che non brilla certo per il garantire i diritti degli oppositori politici, dopo un incessante campagna lanciata da varie Ong e, soprattutto, dal governo britannico. Si sono spesi in prima persona il primo ministro Keir Starmer, che ha telefonato ad Al Sisi tre volte per chiedere la liberazione dell’attivista, e il ministro degli Esteri David Lammy.

Nato e cresciuto in Egitto, da una nota famiglia progressista, Abdel-Fattah dal 2021 era infatti anche cittadino britannico, attraverso la madre, Laila Soueif: la donna, che è nata a Londra, si era battuta per ottenere la doppia cittadinanza al figlio proprio nella speranza di facilitarne la liberazione. Da allora, aveva organizzato sit-in davanti a Downing Street e al Foreign Office, e fatto ripetuti scioperi della fame, che per due volte avevano portato a ricoveri in ospedale. 

Simbolo di una generazione - Da più di vent’anni Alaa Abdel-Fattah, classe 1981, programmatore informatico di professione, ma soprattutto blogger e uno degli animatori della cosiddetta “Primavera araba”, era il simbolo di una generazione di giovani egiziani che si sono battuti per portare la libertà di espressione e la democrazia in un Paese che, sotto forme diverse, ha sempre conosciuto la repressione. Era in prigione dal 2019, condannato da un tribunale speciale nel 2021, con l’accusa di avere diffuso “notizie false”: nel concreto, la sua “colpa” consisteva nell’avere messo un “mi piace” su un post di Facebook sulla morte in carcere di un altro detenuto politico. A quest’ultimo giro, era stato il regime di Al Sisi a incarcerarlo. Ma la repressione Alaa l’ha vissuta sulla sua pelle fin da quando era giovanissimo: era finito per la prima volta dietro le sbarre nel 2006, quando al potere c’era ancora Hosni Mubarak. A quei tempi gestiva, insieme alla moglie Manal Hassan, un portale (chiamato Manalaa.net, dall’unione dei loro nomi) che fungeva da aggregatore per diversi blog egiziani, diventando una sorta di fonte alternativa d’informazione per un Paese dove i media tradizionali erano pesantemente censurati. 

Piazza Tahrir e la speranza tradita nel 2011 - Quando, nel 2011, la rivolta di piazza Tahrir portò alla caduta del regime trentennale di Mubarak, in molti speravano che le cose sarebbero cambiate. Ma per Alaa, e non solo per lui, l’entusiasmo durò poco: la giunta militare, che detenne il potere ad interim, incarcerò nuovamente il blogger per tre mesi. Seguirono elezioni, vinte dai Fratelli Musulmani: anche sotto il governo guidato dal presidente islamista Mohamed Morsi, tra il 2012 e il 2013, Alaa fu arrestato due volte.

Sotto Al Sisi, che è al potere dal 2014, Alaa era stato incarcerato già diverse volte, e rilasciato dopo periodi relativamente brevi, prima di quest’ultimo arresto. Le autorità, questa volta, sembravano determinate a lasciarlo marcire in carcere, fino a quando le pressioni internazionali non hanno iniziato a farsi sentire con maggiore forza. La famiglia e i suoi sostenitori avevano cominciato a nutrire qualche speranza lo scorso 8 settembre, quando il Consiglio Nazionale per i Diritti Umani - un’agenzia sotto il controllo dell’esecutivo egiziano - aveva formalizzato una richiesta ad Al-Sisi perché utilizzasse i suoi “poteri costituzionali” per concedere la grazia: era il segnale che il governo era disposto a cedere.