di Francesca Caferri
La Repubblica, 19 luglio 2022
In un’inchiesta minuziosa, frutto di un anno di lavoro, il New York Times ha dato nome e cognome a migliaia di persone detenute raccontando nei dettagli la strategia repressiva di Al Sisi.
Uno squarcio nel muro del silenzio.
È l’inchiesta minuziosa, tutta basata sui dati, che il New York Times ha pubblicato sabato dopo un anno di lavoro del suo ufficio del Cairo: il quotidiano americano ha dato nome e cognome a migliaia di persone detenute - spesso senza nessuna notifica alle famiglie - nelle prigioni egiziane. Persone arrestate e in un secondo momento accusate, per lo più di diffusione di notizie false e di associazione con gruppi terroristici che, in base alla legge egiziana possono restare in carcere fino a due anni senza processo, in una serie infinita di rinvii. Come accaduto al ricercatore Patrick Zaki, studente di un master dell’università di Bologna. Ma che spesso in carcere restano più a lungo perché poco prima della scadenza viene loro notificata una nuova accusa: e il calcolo riparte da zero.
Il “sistema delle porte girevoli”, come viene chiamato dalle Ong, in riferimento all’uscita dei detenuti dal carcere, immediatamente seguita da un nuovo ingresso, era noto: così come, in linea approssimativa, note sono le dimensioni del fenomeno. Fra le 50 e le 60 mila persone sono in cella in questa maniera secondo i calcoli di Human Rights Watch e Amnesty International: ma non esistono numeri ufficiali.
Il giornale prova a farli, e scrive che solo fra settembre 2020 e febbraio 2021 almeno 4500 persone sono state detenute per più di cinque mesi al Cairo. Una fotografia necessariamente limitata: perché copre solo Il Cairo e perché copre solo chi è in carcere per più di cinque mesi. Ma un dato che comunque dà le proporzioni di un fenomeno in costante crescita: questo tipo di detenzioni sono, secondo Human Rights Watch, lo strumento con cui il governo egiziano controlla in maniera preventiva ogni forma di dissenso.
Il dato arriva dalle note a mano - le foto sono pubblicate con il testo - tenute dagli avvocati difensori del Cairo: disperati per la mancanza di notizie a decine di loro entrano nelle aule ogni giorno e chiedono ai detenuti i loro nomi e l’accusa che pende sul loro capo, per poi comunicare alle famiglie dove si trovano persone di cui spesso epr settimane non si sono avute notizie. Ma non c’è solo questo: il giornale entra nei numeri e racconta le storie che li compongono in maniera dettagliata, nome per nome, storia per storia, per quanto sempre in un periodo di tempo e di spazio limitato (come viene spiegato in un articolo sulla metodologia seguita dall’inchiesta che è linkato all’inchiesta stessa sul sito del giornale).
La pubblicazione, come spiegano gli autori, è avvenuta in contemporanea con l’incontro del presidente americano Joe Biden con il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi in occasione del vertice regionale appena concluso a Gedda in Arabia Saudita. E puntava a chiedere conto all’amministrazione americana dei suoi rapporti con un leader che - come il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman che ha ospitato l’evento - ha mostrato negli ultimi anni un crescente disprezzo per la questione dei diritti umani. Intanto, sul fronte della vicenda Zaki, è da registrare la presa di posizione di un gruppo di parlamentari che ha chiesto al presidente del Consiglio Mario Draghi di farsi carico della sorte del ricercatore, su cui pende ancora l’accusa di diffusione di notizie false e a cui è vietato lasciare l’Egitto.










