di Luciana Cimino
Il Manifesto, 4 dicembre 2024
Il 25 gennaio 2016 un ragazzo egiziano (nome in codice Delta nel processo Regeni) viene arrestato per aver postato su Youtube una canzone contro al Sisi. Al commissariato di Dokki c’è anche un giovane straniero che, come lui, viene subito trasferito, bendato, in ufficio di sicurezza legato agli apparati egiziani e conosciuto come il Cimitero dei Vivi. Quel ragazzo è il ricercatore friulano Giulio Regeni. “Ho visto un ragazzo italiano di altezza media, con jeans, maglietta e felpa, forse azzurra. Aveva circa 30 anni. Portava la barba molto corta”.
Così il testimone Delta ieri ha raccontato per diverse ore nell’aula Occorsio (davanti ai giudici della prima corte d’Assise di Roma) quello che ha ascoltato dalla cella accanto, durante l’udienza del processo che vede imputati quattro 007 egiziani, il generale Sabir Tareq, i colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal, il maggiore Magdi Sharif e l’agente Mhamoud Najem, accusati di aver rapito, torturato e ucciso a Il Cairo Regeni.
In modalità protetta perché teme ancora oggi ritorsioni contro di lui o contro la sua famiglia, rimasta in Egitto. “Mentre parlo qui con voi sono ancora terrorizzato per quello che ho vissuto - dice il teste rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Sergio Colaiocco -. Ricordo di avere incontrato quel ragazzo in commissariato e di averlo poi sentito mentre lo torturavano, si lamentava, parlava in arabo ma non da madrelingua”.
Il testimone, dietro a un pannello di protezione, racconta che Giulio Regeni in auto continuava a chiedere in italiano un avvocato: “Io, che conoscevo la lingua per avere lavorato per due anni con un’azienda italiana, l’ho fatto presente a chi era in auto ma mi hanno dato un pugno. Capii subito - continua - che eravamo arrivati al Cimitero dei Vivi perché mi colpirono con uno schiaffo”. I due giovani vengono poi separati, Regeni sarà portato nella sezione per gli stranieri ma le stanze sono vicine: “Sentivo quando veniva picchiato, sentivo che urlava, quando si tratta di torturare questi non fanno differenze, non sono razzisti”.
Il teste ha poi ripercorso la sua detenzione nel Cimitero dei vivi. “Mi hanno legato le mani, sono stato torturato con la corrente elettrica, venivo ammanettato al letto: ho i segni sul corpo, alla testa, per essere rilasciato ho dovuto pagare e cedere un terreno a un esponente della polizia. Appena libero sono scappato dall’Egitto”. Per la legale della famiglia Regeni, Alessandra Ballarin, “il terrore nelle parole del teste era evidente, a distanza di tanti anni ha ancora paura per quello che gli è capitato e paura per i suoi familiari che sono ancora lì: ulteriore conferma che l’Egitto non è un Paese sicuro”.
A piazzale Clodio, prima dell’udienza, anche la segretaria del Pd, Elly Schlein, per esprimere “vicinanza alla famiglia di Giulio”: “Il processo va avanti: noi ci siamo e ci saremo ogni volta - ha affermato - per cercare la piena verità e giustizia. Il tutto mentre si assiste anche alla vergogna di volere riconoscere nell’Egitto un Paese sicuro: non lo è, è un Paese in cui un ricercatore italiano è stato torturato e ucciso e in cui migliaia di egiziani purtroppo ogni giorno incontrano la stessa sorte”.










