di Antonello Guerrera
La Repubblica, 13 febbraio 2023
Mona Seif racconta la detenzione dell’attivista - che ha la cittadinanza britannica - e accusa il Regno Unito di non fare abbastanza: “Come l’Italia, troppa paura di rovinare i rapporti con il Cairo”. “Vi prego, non dimenticate mio fratello Alaa. Come Giulio Regeni, anche lui è vittima del brutale regime di Al Sisi”. Mona Seif è incinta al quinto mese, si è appena trasferita a Londra ma continua a lottare ogni giorno per Alaa Abd El-Fattah: 41 anni, programmatore di software e attivista per la democrazia in Egitto, che lo ha rinchiuso in carcere da 9 anni dopo la fallita Primavera Araba con le accuse, false e strumentali per famiglia e Amnesty International, di “disinformazione” e “sovversione”. “Mio fratello è stato torturato, lo considerano il nemico n.1, non vede il sole da settembre 2019”, ci racconta Seif, 36 anni, biologa e attivista come tutta la sua famiglia, che incontriamo vicino al palazzo dei servizi segreti inglesi MI6, nella londinese Vauxhall.
Mona, come sta Alaa?
“Rispetto all’autunno durante il vertice sul clima Cop27, quando era in sciopero della fame e sete, Alaa sta meglio, fisicamente e psicologicamente. Ma non è ottimista, affatto. Passa le giornate dalla rabbia allo sconforto: mesi fa ha anche pensato di suicidarsi. E da un anno e mezzo non riesce a vedere neanche suo figlio 11enne Khaled (chiamato così in onore di un ragazzo egiziano ucciso all’inizio della rivoluzione del 2011, ndr): è autistico, non parla e non riesce ad interagire in una cabina con le cuffie. Ma in carcere non ci hanno concesso alcuna eccezione”.
Cosa vi dice quando lei, sua sorella Sanaa e sua madre Laila andate a trovarlo in prigione?
“Alaa ha esclamato: ‘Sono così felice che tu avrai un bambino, spero di essere lì quando nascerà’. Per la prima volta, di recente, ha pensato al futuro fuori da quella cella di massima sicurezza: ‘Spero di raggiungerti presto e ricominciare la mia vita a Londra’. Almeno, da qualche settimana, ci permettono di dargli giornali e libri quando andiamo a visitarlo e gli hanno permesso di guardare anche la Coppa del Mondo di calcio. Per la prima volta in tre anni Alaa ha visto la tv”.
Un segno di ammorbidimento della posizione dell’Egitto su Alaa?
“Di certo, il regime si è spaventato quando mio fratello ha rischiato la vita qualche mese fa durante lo sciopero della sete. Allo stesso tempo, tuttavia, se lo trattano meglio è anche perché probabilmente hanno intenzione di farlo marcire in carcere il più a lungo possibile. Oramai la legge non conta più nulla in Egitto, le pene detentive vengono decise sommariamente. Inoltre, Alaa è arrabbiato e deluso dalla mancanza di azione del governo britannico”.
Perché?
“Sono 14 mesi che abbiamo chiesto una visita del console britannico ad Alaa in carcere e ancora non è stata organizzata. È vero che il premier britannico Rishi Sunak ha parlato con Al Sisi del caso di mio fratello durante la Cop27 e le autorità britanniche citano Alaa in ogni circostanza con i loro omologhi. Ma è un approccio soft, dettato dalle esigenze geopolitiche e commerciali tra Londra e il Cairo. Solo due settimane fa l’ambasciatore britannico celebrava la nuova missione commerciale con Egitto e Marocco. Con un atteggiamento simile, non si ottiene mai niente da Al Sisi”.
Insomma, secondo lei Londra che pure nel 2021 ha concesso la nazionalità britannica ad Alaa, teme di cambiare lo status quo?
“Esatto, e non porre vera pressione sull’Egitto, che pure è un Paese alleato. Tutto questo è vergognoso. Altre nazioni come il Canada, Francia e gli Stati Uniti, soprattutto dopo la morte di Mustafa Kassem (il cittadino amerucano morto durante lo sciopero della fame in un carcere egiziano dopo sei anni di detenzione, ndr) tre anni fa, hanno un atteggiamento molto più severo. Il regime di Al Sisi non ascolta le richieste formali. Si muove solo quando si sente davvero in pericolo o sotto pressione”.
Anche il governo italiano è accusato da tempo di avere una mano molto morbida sull’Egitto, dopo il tragico assassinio di Giulio Regeni e la detenzione dello studente bolognese Patrick Zaki. Voi familiare di Alaa ricordate sempre Giulio durante le vostre manifestazioni...
“Il caso di Giulio è esemplare: spiega la brutalità crescente del regime egiziano ma anche l’agenda di molti governi occidentali, incluso quello italiano. Roma dovrebbe lottare per Giulio. Ma non lo fa. Al Cairo basta minacciare di aprire il ‘rubinetto dei migranti’ e l’Italia chiude volentieri un occhio”.
Crede che l’Italia abbia un obbligo morale anche per dare l’esempio ad altri Paesi, dopo la tragedia di Giulio?
“Purtroppo Giulio e Alaa non interessano al governo italiano e a quello britannico. Sono solo una interferenza, un dettaglio insignificante. Per i governi contano solo la stabilità, il commercio, le armi. Se noi famiglie non lottassimo per loro giorno e notte, Alaa e Giulio sarebbero stati completamente dimenticati e ignorati da Londra e da Roma. Per fortuna, molti cittadini ci ascoltano e sono con noi nella lotta per la giustizia”.
Voi famiglie di Giulio e Alaa siete in contatto? Crede che il sogno democratico dell’Egitto sia oramai impossibile??
“Per la mia generazione, penso di sì purtroppo. Ma anche per quella successiva sarà molto difficile: Al Sisi e i generali hanno violato ed eroso qualsiasi struttura democratica e di giustizia nel Paese. Il regime tiene i cittadini sotto assedio costante. Oramai gli egiziani non pensano più al futuro, ma solo a sopravvivere al presente”.










