di Francesca Caferri
La Repubblica, 4 maggio 2020
Shady Habash aveva 24 anni: da più di due anni era in attesa di processo. Un fotografo e regista egiziano è morto venerdì nel carcere di Tora, alla periferia del Cairo, lo stesso in cui è rinchiuso Patrick Zaky: da oltre due anni era in attesa di processo dopo essere stato arrestato per aver diretto il video musicale di una canzone critica nei confronti del presidente Abdel Fatah al Sisi.
Le cause della morte di Shady Habash, che aveva 24 anni, non sono state rese note. Ma la sua morte porta di nuovo alla ribalta le condizioni in cui i detenuti vivono all'interno delle carceri egiziane, già normalmente sporche e sovraffolate e in queste settimane rese ancora più pericolose dal dilagare del coronavirus. Una condizione già evidenziata dalla famiglia e dagli avvocati di Zaky, il ricercatore 28enne dell'università di Bologna arrestato al Cairo a febbraio.
Habash era stato arrestato nel marzo 2018 per aver curato la regia di "Balaha", una canzone di Ramy Essam, uno dei più famosi cantanti egiziani, icona della rivoluzione di piazza Tahrir, a sua volta arrestato, torturato e poi fuggito in Svezia.
"Shady non aveva niente a che vedere con il contenuto della canzone. Da regista affermato lavorava costantemente su progetti in Medio Oriente e quello di "Balaha" non era che uno dei tanti video che aveva diretto", scrive Essam sulla sua pagina web. Anche l'autore della canzone era stato arrestato e condannato, nell'agosto 2018, a tre anni di carcere.
Contro Habash invece non c'era stata sentenza, né processo: i capi di imputazione contro di lui (diffusione di notizie false, appartenenza a un gruppo terroristico ecc) sono simili a quelli che pendono sulla testa di migliaia di egiziani accusati di essere oppositori del presidente al Sisi. Incluso Patrik Zaky. Per mesi il ragazzo è stato convocato dai giudici e la sua detenzione prolungata di 45 giorni in 45 giorni senza poter discutere delle accuse. Un meccanismo più volte denunciato da Amnesty International e da altri gruppi che si occupano di diritti umani.
"A uccidere non è la prigione ma la solitudine. Resistenza in prigione significa cercare di non perdere la testa e non lasciarsi morire lentamente perché sei stato buttato in una cella due anni fa senza motivo e non sai se e quando finirà e se fuori si ricordano di te", scriveva Habash in una lettera fatta uscire dal carcere lo scorso inverno e diffusa da Ramy Essam.










