di Eleonora Martini
Il Manifesto, 3 giugno 2021
L'Egitto prolunga per altri 45 giorni la detenzione preventiva. Amnesty: "Accanimento giudiziario". Tenuto fuori dal tribunale cairota anche l'avvocato dell'Unione europea. Coro di: "Ora basta". "Rinnovata la detenzione preventiva per Patrick Zaki. L'ennesimo rinnovo che non lascia spazio a dubbi: la sua detenzione è un accanimento giudiziario #freepatrickzaki". twitta così Amnesty International Italia alla notizia diffusa dall'avvocata Hoda Nasrallah, legale egiziana dello studente universitario di Bologna al quale la sua città adottiva ha già conferito la cittadinanza onoraria.
A nulla è servito inviare un rappresentante dell'ambasciata italiana in Egitto, tanto più che nel tribunale cairota dove martedì si è svolta l'ennesima udienza per il rinnovo della custodia cautelare di Zaki, il nostro diplomatico, come altri, e pure l'avvocato dell'Unione europea, non è riuscito neppure ad entrare. Uno schiaffo ai diritti umani e pure ai rapporti con Roma, malgrado - o forse proprio a causa - il trattamento speciale riservato dalle istituzioni italiane ed europee al regime di Abdel Fattah al Sisi.
La deputata Pd Laura Boldrini centra il problema: "Quanto durerà ancora questa violazione dei diritti umani? Il tempo delle parole è finito. Il nostro Paese sia coerente e dia un segnale chiaro. L'Egitto è il primo importatore di armi italiane: fermiamo il commercio!". Sì perché non solo il regime di Al-Sisi è il più importante partner commerciale dei produttori italiani di armi e navi da guerra ma, come riportato dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), negli ultimi cinque anni il governo egiziano è diventato il terzo più grande importatore di armi al mondo dopo Arabia Saudita e India, acquistando il 136% di armi in più rispetto al quinquennio precedente.
E così Patrick Zaki, arrestato per "propaganda sovversiva su Internet" dalle autorità egiziane all'aeroporto del Cairo il 7 febbraio 2020, compirà 30 anni in una fetida cella della terribile prigione di Tora. Una detenzione giudicata "illegittima" dal deputato di LeU, Erasmo Palazzotto, a capo della commissione monocamerale sull'omicidio di Giulio Regeni. "Inaccettabile. Disumano - twitta Palazzotto - Non possiamo più stare a guardare".
Sono tanti gli esponenti della maggioranza di governo che commentano questa ennesima prova di arroganza da parte delle autorità egiziane sollecitando pubblicamente il loro stesso esecutivo (evidentemente non trovano spazio o attenzione nei luoghi della politica e istituzionali) a non indugiare ulteriormente e ad agire incisivamente una volta per tutte. "La strategia italiana fondata su piccoli passi e relazioni diplomatiche non sta dando risultati - è l'analisi dell'europarlamentare dem Pierfrancesco Majorino - Dal parlamento europeo diciamo altro, attraverso la risoluzione votata il 18 di dicembre: basta armi all'Egitto. Basta mezze misure".
Gli fa eco il suo collega Giuliano Pisapia che chiede al governo Draghi di "dare seguito alla posizione assunta dal Parlamento" e concludere l'iter per la cittadinanza italiana (e di conseguenza europea) a Patrick, "in modo da avere più forza nel chiedere il suo ritorno nel nostro Paese". La senatrice Monica Cirinnà, responsabile Diritti del Pd, annuncia che per accelerare i tempi si recherà dal presidente Mattarella, insieme a tutti i membri della Commissione diritti umani del Senato. A supportare l'iniziativa della cittadinanza italiana, su Change.org, con una petizione lanciata a gennaio dalla community Station to Station e da 6000 Sardine, ci sono anche 264.000 persone, di cui circa 56 mila firmatari da Spagna, Francia, Germania e Regno Unito.
Perché, come sottolinea in una nota l'europarlamentare M5S Sabrina Pignedoli, l'Egitto sta "compromettendo i rapporti con tutta l'Unione europea. Alla luce di questi eventi - aggiunge - chiediamo a Joseph Borrell, Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, di valutare una presa di posizione forte verso l'Egitto che includa anche l'uso di sanzioni". La speranza, almeno quella di una parte dell'opinione pubblica italiana, è di non dover assistere nuovamente allo stesso valzer di promesse e indignazioni tra 45 giorni.











