di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 17 maggio 2021
Nell'Egitto governato da Abdel Fattah Al Sisi, dove si può finire in carcere per un post su Facebook, Lina Attalah, 38 anni, co-fondatrice e direttrice del quotidiano online Mada Masr, continua a tenere viva l'informazione indipendente. Per la rivista Time è tra i leader internazionali della "nuova generazione". Questo ha un prezzo.
"Diversi settori del governo ci hanno preso di mira: nel 2017 il nostro sito è stato bloccato; nel 2019 le forze di sicurezza hanno razziato i nostri uffici e ci hanno arrestati dopo aver detenuto un membro del nostro team in piena notte, una cosa comune; nel 2020 sono stata arrestata una seconda volta per aver cercato di scrivere un pezzo su una famiglia a cui è impedito il contatto con il figlio detenuto (l'attivista Alaa Abdel Fattah ndr). La pressione locale e internazionale finora ci ha permesso di evitare la prigione, e anche se il sito è bloccato all'interno dell'Egitto viviamo in un'era in cui ci sono modi per bypassare la censura. La pressione che ci ha aiutato non è stata organizzata da noi: è la gente che dà valore all'informazione che produciamo e vuole continuare a leggerla".
In Italia molte forze politiche si dicono d'accordo sull'obiettivo di far liberare dal carcere Patrick Zaki, ma sui metodi ci sono state divisioni: meglio il silenzio e trattare dietro le quinte oppure meglio far rumore?
"Non so, c'è un alto livello di arbitrarietà nei casi come quello di Patrick: purtroppo non è affatto una novità per l'Egitto vedere qualcuno arrestato per il suo attivismo e tenuto in detenzione preventiva per mesi. Comunque la nostra abitudine è di alzare la voce e di non fidarci di colloqui confidenziali tra politici senza fare anche pressione".
Lei è impegnata in battaglie parallele per la libertà di informazione e per i diritti delle donne. Ci sono a volte divisioni interne su questi temi? Ad esempio, la storica femminista egiziana Nawal Al Saadawi, da poco scomparsa, è stata criticata da alcuni per il suo appoggio ad Al Sisi.
"È normale, nello spazio dell'attivismo di genere ci sono spesso linee di frattura. Saadawi aveva lottato contro figure islamiste, specialmente radicali, e l'opposizione archetipica ai diritti delle donne. La questione è se il modo per resistere sia di affidarsi ad un'altra forza patriarcale, cioè le istituzioni militari. Ma Saadawi ha anche avuto un'influenza enorme, ha diffuso tra donne e uomini una consapevolezza sui diritti femminili prima inesistente, portando ad un cambiamento di paradigma: questo è ciò per cui merita d'essere ricordata".
La crescente consapevolezza sui diritti delle donne è accompagnata da riforme?
"Questo è un momento in cui in tutto il mondo c'è grande consapevolezza sulla violenza sessuale sulle donne, che è diventata una questione intorno alla quale galvanizzare la resistenza contro il patriarcato, ma non ci sono state riforme sistemiche adeguate. Da noi c'è stato il famoso caso Fairmont - una ragazza stuprata in gruppo da uomini ricchi e potenti - in cui il peso dei social media ha portato ad aprire un'inchiesta - cosa inedita - però alla fine è stata chiusa per presunta carenza di prove. Il modo in cui le autorità pensano ai diritti delle donne non è cambiato, come dimostrano anche gli emendamenti alla legge sullo statuto personale che rischiano di ridurre ulteriormente il controllo delle donne sul loro corpo e i figli".
Dopo la rivoluzione del 2011 l'Egitto è tornato sotto il pugno di un uomo forte. Ma quanto è popolare?
"C'è una tradizionale fiducia nell'esercito, vista come istituzione che non interferisce nella politica, che protegge i confini, e ciò resta centrale in un Paese che ha un'eredità coloniale. Ma se vivi qui ti accorgi che dal 2011 il rapporto con lo Stato è cambiato e con esso l'idea che regime sia sinonimo di stabilità".











