La Repubblica, 17 giugno 2020
L'imbarazzo degli egiziani perché gli indagati sono figure di primo piano. Pensavano che la questione fosse chiusa. E invece, evidentemente, chiusa non lo è. Pensavano di venirne fuori con l'ennesimo incontro istituzionale, magari con la restituzione simbolica dei vestiti e gli effetti personali di Giulio (a più di un anno e mezzo di distanza dalla richiesta), e invece gli apparati egiziani si trovano con un nuovo problema sul tavolo: l'elezione di domicilio dei cinque indagati.
È un atto tecnico, è vero. Non troppo invasivo: i cinque verrebbero processati in contumacia, senza essere interrogati dai magistrati italiani. Ma che costringerebbe il governo di Al Sisi, probabilmente per la prima volta, a permettere che cinque ufficiali dell'intelligence interna siano processati all'estero. Mettendo così davanti all'opinione pubblica i metodi del regime. Non solo: il via al processo non chiuderebbe affatto le indagini.
I genitori di Giulio hanno sempre detto di volere una "verità giudiziaria" completa, che ricostruisca il ruolo dei sequestratori, dei torturatori, degli assassini e anche dei mandanti dell'omicidio di Giulio. "Vogliamo sapere chi e perché lo ha fatto". Gli indagati nell'inchiesta della procura di Roma non sono figure di secondo piano nell'organigramma dell'intelligence del Cairo: si tratta del generale Tarek Ali Saber che comanda la divisione della National Security Agency incaricata del "monitoraggio di sindacati, ong, organizzazioni politiche che operano illegalmente in Egitto".
I colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal, il maggiore Magdi Sharif. E l'agente Mhamoud Najem. È Tarek il primo alto ufficiale a ricevere la denuncia, falsa, dell'ambulante Mohammed Abdallah, che dà il via all'indagine su Giulio. L'indagine che porta poi al sequestro. Nonostante, parole di Tarek, l'inchiesta si fosse conclusa documentando che il comportamento del ricercatore italiano era trasparente: "Giulio Regeni soggiornava legittimamente in Egitto.
Non rappresentava alcun pericolo per la sicurezza del Paese. La denuncia nei suoi confronti non presentava alcuna ombra di verità. Era il frutto delle elucubrazioni di Abdallah". Per questo le indagini della National security dovevano essere chiuse. E invece proseguiranno, fino al giorno del sequestro il 25 gennaio. Avvenuto in una zona dove c'erano proprio alcuni degli agenti indagati. La vicenda Regeni non è però l'unica sul tavolo tra Italia ed Egitto: oggi c'è l'udienza per Patrik Zaki, lo studente egiziano dell'università di Bologna arrestato da 130 giorni. La sua scarcerazione sarebbe un "gesto importantissimo" hanno detto ancora ieri dal Governo. Ma evidentemente non legato in nessun modo alla questione Regeni.










