di Antonio Armellini
Corriere della Sera, 17 luglio 2020
La famiglia del ricercatore ucciso in Egitto reclama con ragione un'azione più decisa, le tergiversazioni della magistratura cairota sono inaccettabili ed è indispensabile continuare a denunciarne le carenze pretendendo una collaborazione sempre promessa e subito smentita.
Non era detto che finisse così e la vicenda dei nostri marò si è conclusa nella maniera per noi migliore. Che la giurisdizione dovesse essere italiana era abbastanza chiaro dall'inizio, anche se lo status di fanti di marina in servizio di Stato, ma pagati da armatori privati a mo' di contractor, poteva dare adito a più di un dubbio (la legge che di quei dubbi era la causa, non sembra sia stata modificata). Latorre e Girone saranno processati in Italia e verranno con grande probabilità assolti (attenzione, la Corte dell'Aja ha statuito sulla giurisdizione e non sul fatto, per il quale restano formalmente indagati). L'obbligo per l'Italia di risarcire le vittime (peraltro già risarcite da tempo in parte, con una fretta forse non del tutto assennata) permette al governo indiano di sostenere che la violazione italiana del diritto internazionale è stata accertata.
La decisione della Corte ha riconosciuto qualcosa ad entrambi, come si conviene ad un buon arbitrato: qualche sbavatura resta possibile, ma è destinata a rimanere marginale. Perché aldilà delle argomentazioni giuridiche, quel che è ambiato è il quadro politico di riferimento. Per Narendra Modi, la vicenda della Enrica Lexie era un drappo rosso nei confronti dell'"italiana" Sonia Gandhi e del partito del Congresso, utilissimo da agitare in una campagna elettorale difficile; dopo la disfatta del clan Gandhi, continuare ad insistere sulla storia dei marò aveva sempre meno senso e rischiava di attirare l'attenzione sulle ambiguità che da parte di Delhi non sono mancate, a detrimento dell'immagine di paese aperto alla collaborazione e agli investimenti internazionali, che sta molto a cuore al primo Ministro indiano.
Non che gli manchino altri problemi ma di questo, almeno, potrà sbarazzarsi. Dopo gli andirivieni iniziali, anche da parte nostra è prevalso l'interesse a tenere un profilo basso. E così una valutazione politica convergente ha consentito a diplomatici e avvocati di lavorare bene e l'Italia può tornare ad affacciarsi con forza su un mercato per il quale l'ombra dei marò continuava a costituire un peso.
Per il caso Regeni, vale il contrario. Anche qui siamo dinanzi a un crimine accertato, dei cui colpevoli si sa quasi tutto e che sarebbe facile incriminare attraverso un'indagine non viziata da altri fattori. Diversamente da Latorre e Girone però, l'incontestabilità delle nostre argomentazioni giuridiche sbatte qui contro il muro di valutazioni politiche contrapposte e del tutto incompatibili. È più di un sospetto che l'assassinio di Regeni sia stato fomentato da servizi segreti più o meno deviati, sulla base di informazioni falsate (cosa che ha reso ancora più ingarbugliata la ricerca delle coperture) e in più occasioni Al Sisi ha dimostrato di non essere in grado di andare oltre parole di circostanza.
Aveva cercato all'inizio di proporre qualche capro espiatorio accettabile, ma ha dovuto fare marcia indietro. La realtà egiziana è quella che è e appare chiaro come egli dipenda per il suo potere da strutture che da lui dovrebbero dipendere, ma che sembra in grado di controllare solo in parte. Dinanzi all'alternativa fra riconoscere il buon diritto dell'Italia e fare giustizia, e mettere a rischio la sua presa sul potere, il legame con i protagonisti veri di questa vicenda non gli consente la libertà di manovra che sarebbe necessaria (chi ha memoria dei nostri servizi "deviati" del secolo scorso, ricorderà quanto simili condizionamenti possano pesare).
La famiglia Regeni reclama con ragione un'azione più decisa, le tergiversazioni della magistratura cairota sono inaccettabili ed è indispensabile continuare a denunciarne le carenze pretendendo una collaborazione sempre promessa e subito smentita. Qualche risultato, se non altro nella ricostruzione dell'accaduto sarà possibile ottenere, ma andare oltre nello svelamento di una realtà che occhieggia minacciosa sullo sfondo sarà difficile.
Fare il viso dell'arme all'Egitto sarebbe moralmente doveroso e misure come il richiamo del nostro ambasciatore avrebbero senso solo se parte di una strategia di pressioni politiche crescenti, con la prospettiva del sostanziale congelamento delle relazioni.
A ciò si contrappone l'esigenza di non troncare il rapporto con un paese che per noi è strategicamente ed economicamente importante. L'incompatibilità delle valutazioni politiche rispettive si oppone in questo caso a qualsiasi mediazione e mette l'Italia dinanzi alla scelta fra etica e dignità da un lato, e convenienza politica dall'altro. Una scelta: proprio quello che a questo governo sembra sempre impraticabile.










