di Luigi Manconi
La Repubblica, 14 dicembre 2020
Signor presidente del Consiglio, con l'atto di chiusura delle indagini da parte della Procura di Roma, la vicenda dell'assassinio di Giulio Regeni è giunta a un punto di non ritorno. Ora è impossibile dire: non sapevamo; ora tutti, cittadini e autorità pubbliche, sono nelle condizioni di sapere che un giovane italiano è stato rapito, torturato e trucidato per mano di agenti dei servizi di sicurezza e di alti funzionari dello Stato egiziano.
Abbiamo tutti appreso che, nella stanza 13 di un edificio controllato dalla National Security Agency, Regeni "era mezzo nudo, portava dei segni di tortura segni di arrossamento dietro la schiena. Era sdraiato steso per terra, con il viso riverso ammanettato con delle manette che lo costringevano a terra". È una vicenda atroce, quella ricostruita dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco, ma è anche qualcos'altro, che la interpella direttamente, signor presidente, come massimo rappresentante politico del nostro Paese. Perché, con quell'assassinio, sono la sovranità dello Stato e l'interesse nazionale a venire oltraggiati.
È una questione umanitaria, quella di Regeni, così come quella di migliaia di egiziani che hanno conosciuto e conoscono la stessa sorte. Ma è, allo stesso tempo, una questione che chiama in causa la dignità e la credibilità del nostro Paese e la sua indipendenza all'interno della comunità internazionale. Lei è un giurista, signor presidente, e sa bene che l'autorità giuridica e morale di uno Stato - la sua costituzione primaria - si fonda sulla capacità di proteggere l'incolumità dei suoi cittadini. Lo Stato promette di tutelare l'integrità fisica e psichica dei membri della comunità in cambio dell'osservanza delle leggi.
E in un mondo globalizzato, tale tutela deve estendersi oltre i confini nazionali. L'Italia non ha avuto la capacità di garantire la sicurezza di Regeni al Cairo e non è stata in grado, poi, di ottenere dal regime di Abdel Fattah al-Sisi (chiamato "amico" da tutti i governi italiani dal 2016 a oggi) la minima cooperazione per individuare i responsabili di quel crimine. E appena poche ore fa, abbiamo saputo che, secondo un testimone considerato attendibile dalla nostra magistratura, nei locali dove Regeni veniva seviziato, si trovava il ministro dell'Interno egiziano. Immagino che, in queste ore, il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, abbia disposto la convocazione del signor Hisham Mohamed Moustafa Badr, ambasciatore della Repubblica araba d'Egitto a Roma, in vista di ulteriori decisioni.
E immagino che lei, signor presidente, si accinga a pronunciare parole inequivocabili contro un regime complice di chi ha straziato il corpo "magro, molto magro" di un ragazzo di ventotto anni. Lo dico con tristezza perché, fino a oggi, questo non è avvenuto. E non solo nelle ultime ore. Nel corso di quasi cinque anni l'Italia non ha adottato alcun serio provvedimento e alcuna efficace misura per esercitare un'adeguata pressione nei confronti delle autorità egiziane.
Non un solo atto, come dire?, di orgoglio nazionale di fronte al massacro di un giovane andato in Egitto per ragioni di studio e per curiosità del mondo. Non una sola affermazione di autonomia politica e diplomatica nei confronti di un sistema dispotico che ha irriso la figura e la memoria di un nostro connazionale, dopo che i torturatori ne avevano degradato e sfregiato il corpo.
E colpisce che questo atteggiamento, osservato con poche distinzioni da ben quattro governi, sia stato presentato come espressione di realismo politico e affermazione del primato della ragion di Stato. Un realismo politico straccione e una ragion di Stato dilettantesca, tirati in ballo per celare la codardia di una politica estera priva di qualunque autonomia. E così, ancora una volta, è stata avallata la fallace contrapposizione tra realismo e idealismo: accreditando l'immagine di un'Italia incapace di tutelare la vita dei propri cittadini e di ottenere giustizia per essi in quanto condizionata da calcoli geo-strategici e interessi economici.
Quasi che raggiungere la verità su quell'assassinio, non corrispondesse a un interesse nazionale tanto solido e corposo, quanto lo è l'interscambio con l'Egitto. In altre parole, la possibilità dell'Italia di intrattenere, con quel Paese, rapporti alla pari sul piano politico ed economico, dipende non da un atteggiamento di resa, bensì dal fatto di essere e comportarsi come uno Stato sovrano titolare di dignità e autorità, e di parlare a nome di una comunità, quella europea, fondata sui principi democratici e liberali.
Se ciò non accadesse, se non sentiremo nelle prossime ore - ed è già tardi - parole ferme e nette, vorrà dire che quel realismo straccione di cui ho detto ha avuto la meglio: così confermando che il nostro Paese nutre una sorta di pervicace complesso di inferiorità nei confronti di un regime dispotico e liberticida.











