di Carlo Bonini
La Repubblica, 16 giugno 2020
C'è un ultimo e unico passo da fare per rompere lo stallo che tiene in ostaggio la verità sul sequestro e omicidio di Giulio Regeni. E c'è una data per compierlo, quel passo. Mercoledì 1 luglio, il Procuratore di Roma Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco torneranno a parlare con i magistrati della Procura generale del Cairo. Lo faranno in una videoconferenza che interromperà un silenzio durato oltre un anno e che offre all'Egitto un'ultima opportunità.
In qualche modo decisiva nel misurare con i fatti e non con le dichiarazioni di intenti (ormai tanto stucchevoli, quanto inconcludenti) le intenzioni del regime di Al Sisi e, contestualmente, la capacità di pressione di Palazzo Chigi e della nostra diplomazia. Un'opportunità che non contempla dunque né compromessi, né ulteriori e irricevibili dilazioni.
Vale a dire, rimuovere l'ostacolo che, oggi, paralizza la possibilità della Procura di Roma di mandare a giudizio e processare di fronte a un tribunale e "in nome del popolo italiano", i cinque ufficiali degli apparati di sicurezza egiziani indagati dalla Procura di Roma dall'ormai lontano 5 dicembre 2018. L'ostacolo ha una natura "tecnica", diciamo così.
È una sostanza tutta politica. La Procura generale del Cairo, l'1 luglio, dovrà infatti comunicare alla Procura di Roma quanto il 29 aprile dello scorso anno le era stato chiesto senza ottenere risposta. Se è cioè intenzionata o meno a comunicare il "domicilio" legale dove, di qui in avanti, i cinque alti ufficiali dell'Intelligence egiziana coinvolti nel sequestro e omicidio di Regeni dovranno ricevere gli atti dell'inchiesta che li vede indagati.
Un passaggio che, in uno Stato di diritto quale il nostro, è presupposto necessario a mettere un imputato (chiunque esso sia e ovunque risieda, a maggior ragione se all'estero, come in questo caso) nella condizione di sapere che nei suoi confronti si sta celebrando un processo e di potersi dunque compiutamente difendere in quella sede. È un atto che, normalmente, uno Stato di diritto compie attraverso gli strumenti della sua piena sovranità e dunque attraverso la magistratura e gli organi di polizia giudiziaria. Si identifica un indagato, gli si fa indicare il suo domicilio legale, lo si invita a nominare un legale di fiducia.Che lo assisterà nella fase delle indagini, dell'udienza preliminare, dell'eventuale processo. Ebbene, è un atto che, nella vicenda Regeni, non può prescindere dall'autorità politica e giudiziaria del Paese in cui quegli indagati risiedono: l'Egitto di Al Sisi, appunto. Semplice, si dirà. E invece ad oggi impossibile da ottenere. Per una ragione evidente. Aver rifiutato sin qui al nostro Paese lo strumento in grado di sottrarre alla loro condizione processuale di "fantasmi" gli uomini dei propri apparati coinvolti nel sequestro e omicidio di Giulio Regeni, ha significato proteggerli non solo dalle conseguenze di un possibile processo, ma dal processo stesso.
Ebbene, non è rimasto molto tempo. Il 5 febbraio del prossimo anno scadrà l'ultima proroga delle indagini della Procura. Il che significa che di qui alla fine dell'anno la nostra magistratura dovrà sapere se è nella condizione di poter celebrare un processo che non sia minato nelle fondamenta dalla naturale obiezione di un giudizio non solo "in absentia" dei suoi imputati ma anche dalla loro "irreperibilità".
Se davvero, come ha chiesto l'ex ministro Marco Minniti su questo giornale ieri, il governo è in grado di immaginare una "partnership esigente" con l'Egitto, Palazzo Chigi chieda ad Al Sisi che mercoledì 1 luglio i cinque uomini "fantasma" dei suoi apparati abbiano finalmente un domicilio legale dove il nostro Paese possa chiedere conto delle loro responsabilità. E lo faccia subito. Senza condizioni. Ne va della nostra sovranità. Oltre che della verità e giustizia per Giulio.










