di Luigi Manconi
La Stampa, 17 dicembre 2020
Lo strazio suscitato, in chi abbia un cuore, dall'immagine di Giulio Regeni ("mezzo nudo, segni di tortura, il viso riverso, ammanettato a terra") può indurre, per non arrendersi all'orrore e non cedere all'impotenza, a considerare come positiva la riunione tenutasi ieri a Palazzo Chigi, presenti il Presidente del Consiglio e i ministri degli Esteri, dell'Interno e della Difesa.
Ma nutrire anche solo una briciola di ottimismo è impresa ardua. La sfiducia più cupa nasce, infatti, non solo dal comportamento del regime di Abdel Fattah al-Sisi, che non mostra, ieri come oggi, la minima volontà di cooperare con la Procura di Roma, ma anche da quello del governo italiano, finora silenzioso e inerte. Basti ricordare che l'incontro di ieri si è svolto a distanza di giorni dall'atto di chiusura delle indagini, che hanno documentato le responsabilità di quattro membri degli apparati di sicurezza egiziani nell'assassinio del nostro connazionale.
C'è voluta una settimana, dunque, perché il governo italiano si rendesse conto di quale terribile oltraggio fosse stato recato alla sovranità nazionale dell'Italia, alla sua dignità e alla sua autorità. Di ciò che è stato discusso nella riunione, nulla si sa, se non che il Ministro degli Esteri ha affermato di voler chiedere "a tutti i paesi UE di prendere posizione per la verità".
Non sembra una prova di coraggio leonino e di lungimiranza strategica, e, tanto meno, una svolta rispetto al passato. La verità nuda e cruda è che in questi quasi cinque anni - mi è capitato di esserne personalmente testimone - l'Italia ha rinunciato a condurre qualsiasi azione di pressione e di condizionamento, come singolo paese e come membro dell'UE, nei confronti dell'Egitto. Non è detto che tali azioni avrebbero avuto successo, ma avrebbero dimostrato la determinazione di uno Stato sovrano che non accetta che in un paese chiamato "amico" un giovane italiano venisse seviziato e trucidato.
L'unico atto compiuto è stato il richiamo a Roma del nostro ambasciatore in Egitto per 16 mesi; dopodiché le relazioni politico-diplomatiche sono continuate all'insegna della più ordinaria normalità. Si è detto e si è ripetuto, e tuttora lo si ribadisce, che si deve operare così in nome della ragion di Stato e degli interessi economici nazionali. Ma il risultato di tale dozzinale realpolitik è stato un incondizionato fallimento: le autorità politiche egiziane hanno ignorato qualsiasi richiesta provenisse dai governi italiani, che si sono succeduti a partire dal 2016, e non sembrano intenzionate in alcun modo a cambiare rotta.
E ora? Aspettiamo decisioni e iniziative conseguenti: se possibile, sotto forma di misure e provvedimenti - tanto meglio se concordate a livello europeo - che incidano efficacemente sulle relazioni politico-diplomatiche e su quelle economico-commerciali e militari. E che, da subito, si richiami a Roma l'ambasciatore italiano e si dichiari persona non gradita il signor Hisham Mohamed Moustafa Badr, ambasciatore della Repubblica araba d'Egitto in Italia.
Atti simbolici? Certo, ma in politica, e in politica internazionale, i simboli giocano un ruolo cruciale. Non si tratta di una dichiarazione di guerra. Si tratta, piuttosto, di far valere la forza - grande o piccola che sia - di cui si dispone. Per capirci, il giacimento Zohr è un interesse vitale per il regime di al-Sisi quanto lo è per l'Italia; e i flussi turistici e l'intercambio tra i due paesi pesano sul PIL dell'Egitto, così come, e ancor più, pesano i mercati europei.
In altre parole, tra il realismo politico straccione di chi irride i diritti umani e la resa ossequiosa a un despota, dovrà pur esserci un'alternativa. Alzare la voce con il rischio di nulla ottenere può essere frustrante, ma continuare a tacere è qualcosa di troppo simile alla servitù volontaria.











