di Francesca Caferri
La Repubblica, 8 novembre 2022
Parla la sorella del dissidente. Sanaa Seif, 28 anni, combatte nel nome del fratello maggiore, che è in sciopero della fame da 220 giorni nelle prigioni del Paese. La voce di Sanaa Seif da Sharm el Sheik è un filo d’acciaio. Fredda, dura, precisa. Salvo interrompersi per dare spazio a un singhiozzo contenuto quando non ce la fa più. È di suo fratello maggiore che parla quando dice “su un corpo così deteriorato è questione di ore, non di giorni”.
Sanaa è l’ultima figlia di una famiglia, quella di Ahmad Seif e di sua moglie Laila, fra le più importanti dell’intellighenzia egiziana. A 28 anni, ne ha già passati diversi in prigione per la sua attività in difesa dei diritti umani: compresi quelli in cui suo padre si è ammalato e poi è morto senza che potesse salutarlo. Ora tiene alta l’attenzione sulla sorte di Alaa Abdel Fatah, 40 anni, ingegnere, blogger, attivista, volto e cervello di Piazza Tahir, da 220 giorni in sciopero della fame in una cella egiziana, da domenica anche in sciopero della sete.
Sanaa, come sta Alaa?
“Non lo sappiamo. Ieri mia madre ha aspettato tutto il giorno fuori dal carcere la sua lettera settimanale. A tarda sera le hanno detto che Alaa non voleva scriverle. Che vuol dire che non ce la faceva. O che loro non avevano gradito ciò che aveva scritto. Abbiamo bisogno che il governo britannico (Alaa, come tutta la sua famiglia, ha la cittadinanza britannica ndr) sia ammesso a visitarlo. Ci serve la prova che sia in vita”.
La gente si chiede il perché di una protesta così estrema...
“Alaa non è arrivato qui per caso. Viene da nove anni di cella e di promesse mancate: di sentenze scontate e poi di nuove accuse e condanne contro di lui, in un ‘fine pena mai’ che non gli permette di vedere luce. Se vedesse un termine alla sua condanna avrebbe speranza, ma non lo vede. La sua vita, la nostra vita, è paralizzata da nove anni: suo figlio è cresciuto senza di lui. Nostro padre è morto e non lo ha salutato. È troppo per tutti. Qualcuno ha deciso che la nostra famiglia debba essere di esempio, debba pagare perché tutti rimangano in silenzio. Lui ha fatto l’unica scelta che gli era rimasta: essere un esempio ma in modo diverso”.
Quando lo ha visto l’ultima volta?
“Ad agosto, in carcere. Era già pelle e ossa, mamma dice che ora è fragilissimo. Su un corpo così l’assenza di liquidi può portare alla morte nel giro di ore, non di giorni, come nei corpi in stato normale di forma”.
Davvero crede che il governo egiziano lo farà morire in cella?
“Io sono stata in quelle celle. Conosco quei medici. Non sono persone normali. Il governo egiziano prima dice che Alaa non è in sciopero della fame perché mangia tre volte al giorno, poi promette che lo alimenterà con la forza se dovesse servire. Qual è la verità? Eppure con le telecamere h24 che gli tengono puntate addosso dovrebbero saperlo”.
C’è qualcosa che la fa sperare?
“La mobilitazione della gente. I gruppi della società civile che domenica, in apertura di conferenza, hanno ripetuto nei loro interventi ‘Non siamo ancora stati sconfitti’, che è il titolo del libro di Alaa”.
I governi?
“Poco. Riceviamo solidarietà a parole ma vediamo pochi fatti reali. Se Alaa morirà il suo sangue sarà prima di tutto sulle mani dell’Egitto e della Gran Bretagna, suo secondo Paese. Ma anche di tutti quei governi che in questi anni hanno lasciato carta bianca ad Al Sisi chiudendo gli occhi davanti a quello che accade in Egitto: la Germania, la Francia e anche l’Italia. So che per voi è diverso, che avete già un martire, Giulio. Ma proprio per questo chiedo anche a voi aiuto perché mio fratello possa vivere ancora”.










