di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 1 settembre 2020
Nascoste allo studente decine di missive di famigliari e amici e mai inviate le sue. Non solo la tortura e la privazione della libertà per scelte invise al regime, a Patrick Zaki, lo studente dell'Alma Mater detenuto in Egitto, è stata anche bloccata la posta in uscita e in entrata: le tante lettere ricevute da famiglia e amici non gli sono mai state recapitate, stesso destino per le tante che ha inviato lui dal carcere per provare a tranquillizzare i suoi affetti. Lo denunciano gli amici.
Privato della libertà, del diritto ad un giusto processo e, si scopre ora, anche tagliato fuori da qualsiasi rapporto epistolare con familiari e amici. A Patrick Zaki, lo studente egiziano iscritto al master Gemma dell'Università di Bologna, il regime di Al Sisi ha nascosto decine di lettere che in più di 200 giorni di prigionia familiari e amici gli avevano inviato. Allo stesso tempo, almeno una ventina di lettere che il 28enne ha scritto dal carcere di Tora, nel quale solo sabato ha potuto incontrare per un breve colloquio i genitori dopo cinque mesi che gli veniva negato qualsiasi incontro, non sono mai state recapitate alla famiglia.
La denuncia arriva dalla rete di attivisti e amici che dal 6 febbraio animano la campagna social Patrick Libero. "Per diversi mesi - scrivono - l'amministrazione penitenziaria aveva vietato tutte le visite come misura di sicurezza per evitare la diffusione di Covid-19, senza fornire un'alternativa, come previsto dalla legge, di comunicazione tra i detenuti e i loro parenti per telefono". Ora si scopre che Patrick e la sua famiglia "sono stati addirittura privati delle semplici lettere che avrebbero potuto dare a loro qualche sostegno durante questo lungo e doloroso periodo. Non conosciamo il motivo per cui privare qualcuno, la cui libertà è già limitata e che non comunica con i suoi cari da mesi, di messaggi che contengono solo sostegno, amore e qualche notizia di calcio sulle sue squadre preferite".
Zaki è stato arrestato, interrogato e torturato il 7 febbraio scorso, dopo essere stato prelevato all'aeroporto del Cairo, rientrato per una breve visita ai familiari, con l'accusa di istigazione al terrorismo e incitamento alla protesta per alcuni post su Facebook che i suoi avvocati sostengono siano falsi. Accuse fumose che sono state sufficienti a tenerlo in carcere fino ad oggi.
Da allora la sua detenzione preventiva è stata sempre rinnovata senza che lui possa essersi difeso davanti a un giudice. La madre che sabato lo ha incontrato in carcere dopo mesi di silenzio, ha detto di averlo trovato affaticato e dimagrito ma in salute e preoccupato per il suo corso di studi che spera di poter riprendere al più presto a Bologna. Stasera alla Festa dell'Unità al Parco Nord dalle 21 ci sarà il dibattito "Bologna per Patrick Zaki", organizzato con Amnesty International, per chiedere ancora a gran voce la sua liberazione.










