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di Francesca Paci

La Stampa, 9 ottobre 2025

L’ex premier: “Se lui non avesse privilegiato i suoi obiettivi, la guerra sarebbe finita a febbraio”. Dietro la scrivania dell’ex premier israeliano Ehud Barak, all’undicesimo piano di un appartamento torreggiante su Tel Aviv, ci sono, tra pile di libri, memoria e speranze del Paese. La dichiarazione d’Indipendenza che qui corrisponde alla Costituzione, la foto con Clinton ai tempi di Camp David e quelle in battaglia, un busto di Ben Gurion, uno di Rabin e un altro più piccino dello stesso Barak.

L’umore a Sharm el-Sheikh sembra positivo. Ci siamo?

“Vedo ottime possibilità che i primi quattro punti vadano in porto, il rilascio degli ostaggi israeliani, la liberazione dei prigionieri palestinesi, il ritiro dell’esercito fino a una linea condivisa e un annuncio formale della fine della guerra. Entrambe le parti non possono rifiutare. Netanyahu ha respinto analoghe road map offerte da Obama e Biden perché contava sui repubblicani, ma ora c’è Trump e Israele, dipendente com’è dall’America, non può lasciare che perda la pazienza. Sull’altro lato, egiziani, emiratini e sauditi condividono da tempo quell’impostazione ma non hanno influenza su Hamas, Trump invece ha coinvolto Ankara e Doha a cui Hamas non può dire di no. Sono ottimista”.

E gli altri sedici punti?

“È l’inizio di un processo e ci vorrà tempo. Ci sono punti imbarazzanti per Netanyahu, come la menzione di un percorso verso uno Stato palestinese e quella di un coinvolgimento dell’Autorità Nazionale, l’unica entità riconosciuta a livello internazionale. Inoltre tra i “tecnocrati” palestinesi ci saranno esperti affiliati a Fatah e magari anche alcuni islamisti, a patto di non valicare la linea rossa d’Israele, ossia che nessun elemento del braccio militare di Hamas, neppure un portavoce, partecipi ad alcunché. Hamas sapeva dai tempi di Biden che sarebbe finita così. È un piano molto buono per Israele e per Gaza: non so se lo sarà per Netanyahu, i cui interessi non coincidono con quelli d’Israele”.

Tony Blair, detestato dai palestinesi, è l’uomo adatto a guidare la transizione a Gaza?

“È la scelta migliore e la più pragmatica. Tony Blair frequenta la regione dai tempi del Quartetto e conosce la via ai compromessi che non umiliano, è rispettato al Cairo, Riad e Amman ma anche a Doha e Ankara. E non è previsto che la sua assegnazione passi da Abu Mazen: altri, come Salam Fayad e Mohammad Dahlan, non hanno obiezioni. E comunque i palestinesi non sono in pieno controllo del processo guidato da Trump”.

Non è un problema, questo?

“Fatah non è a Gaza dal 2006. E Hamas ha chiaro il fatto che dopo il 7 ottobre non potrà mai più guidare la Striscia, ma a conti fatti può accontentarsi: la cecità del governo israeliano, ossessionato dall’idea irrealizzabile di distruggere fino all’ultimo guerrigliero, è riuscita per ironia della storia a trasformare la disfatta militare di Hamas in una vittoria politica e diplomatica. La guerra a Gaza, del tutto giustificata due anni fa, avrebbe dovuto finire a febbraio, quando l’intero asse della “resistenza” era crollato e Hamas, ridotto a zero, poteva essere sostituito nell’unico modo possibile e legittimo, ossia con l’Anp. Invece si è continuato a combattere per mera sopravvivenza del governo, cercando follemente di persuadere il mondo che non ci sono innocenti a Gaza col risultato di esporci all’isolamento, al boicottaggio e alla fuga in avanti dei nostri amici occidentali verso un riconoscimento dello Stato Palestinese prima del negoziato”.

Non condivide la mossa della Francia e di altri Paesi Ue...

“Non tocca a me dire cosa debbano fare. Credo però che sarebbe stato meglio formulare la cosa imponendo a entrambi negoziati diretti e senza precondizioni per creare uno Stato palestinese demilitarizzato ma sostenibile. Nominare l’argomento in Israele oggi, dopo il 7 ottobre, è lunare: il Paese è in stato di trauma, c’è rabbia, umiliazione, desiderio di vendetta. Ma passerà, e i leader devono capirlo, devono sentire dove sta la gente ma anche sapere da che parte stiamo andando. Netanyahu ha evocato per Israele il modello Sparta, la forza al prezzo di isolamento e autarchia: è ridicolo. Dobbiamo essere forti perché la regione non consente seconde possibilità ma non possiamo neppure vivere in guerra”.

Neanche la sinistra pare ambire più allo Stato palestinese. C’è ancora sinistra in Israele?

“È vero che oggi anche chi lo sostiene non parla più dello Stato palestinese. Ma, di nuovo, la cecità che Netanyahu si è autoimposto ha riportato sul tavolo la soluzione due popoli per due Stati, l’unica possibile. E sì, i laburisti si sono indeboliti ma la sinistra c’è ancora. Il punto è che da 50 anni la sinistra vince se presenta leader, come all’epoca io e Rabin, percepiti stabili in tema di sicurezza, incontestabili”.

L’ultima volta che la soluzione due popoli e due Stati è parsa reale era il 1999, Camp David. Quanto siamo lontani?

“Molto. Oggi serve una pressione da parte del mondo e leader, sia israeliani che palestinesi, capaci di decisioni dolorose. La finestra è stata aperta dal 1993 al 2008, allora ci credeva perfino Netanyahu, che oggi vaneggia di Hamas come una minaccia esistenziale per Israele. Non ha funzionato. Si racconta che io e Clinton inchiodammo Arafat all’aut aut. Non è vero. Dissi più volte al presidente palestinese di mantenere le sue riserve ma prendere quel piano come base negoziale nella consapevolezza che avremmo entrambi dovuto scontentare i nostri popoli. Ma credo che fosse ostaggio del suo personaggio”.

Se Israele avesse bloccato le colonie in Cisgiordania non sarebbe oggi tutto più facile?

“La questione palestinese è stata per anni l’elefante nella stanza per Israele. Gaza e Cisgiordania sono collegate, se Trump vince sulla prima la seconda seguirà. E, se necessario, parte delle colonie dovrà essere rimossa. In fondo dopo la guerra del 1967 tre quarti degli israeliani erano contrari a restituire il Sinai, eppure è andata diversamente e la pace con l’Egitto ha retto perfino nella stagione della Fratellanza musulmana di Morsi”.

Come mai un governo contestato oggi dalle famiglie degli ostaggi mantiene consenso?

“È un trend diffuso, le liberaldemocrazie faticano, la gente è delusa dalla globalizzazione che ha liberato dalla povertà tante zone del mondo ma ha aumentato le diseguaglianze in Occidente. Netanyahu è un populista, crea consenso facendo leva sull’identità contro presunti demoni esterni e traditori interni e alimenta intenzionalmente l’odio”.

Cosa c’è dietro la dura reazione israeliana contro Parolin?

“Gli ultimi mesi hanno enormemente danneggiato Israele. Ben Gurion diceva che in guerra bisogna mantenere la superiorità morale non solo nella propria testa ma in quella dei nostri partner occidentali. Netanyahu ha abbandonato quella strada. Posto che rigetto l’equiparazione tra Israele e Hamas così come quella tra Israele e il nazismo e che da militare escludo tanto il genocidio quanto i crimini deliberati dell’esercito, le immagini di Gaza hanno minato la nostra reputazione e i governi alleati non sanno più come sostenerci contro l’indignazione delle piazze. Dovremo far luce su ogni angolo di questa guerra. Temo però che il danno arrecato da Netanyahu peserà a lungo e ci vorrà più di una generazione per parlare di Olocausto come prima, perché alcuni potrebbero percepire che quanto subito in passato autorizzi Israele a tutto”