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di Rosario Di Raimondo e Viola Giannoli

La Repubblica, 28 luglio 2024

Ma è scontro sulle intercettazioni. L’incontro ripreso il 3 dicembre scorso. La Camere penali: “Voyeurismo e gogna”. Forza Italia chiede un’ispezione a Nordio. Il cugino della vittima: “Dal padre di Filippo mancanza di responsabilità e comprensione”. “Eh va beh, hai fatto qualcosa, però non sei un mafioso, non sei uno che ammazza le persone, hai avuto un momento di debolezza... Non sei un terrorista. Non sei l’unico... Ci sono stati altri 200 femminicidi!”. Così diceva il 3 dicembre scorso, ripreso e intercettato a sua insaputa, Nicola Turetta al figlio Filippo durante il primo colloquio nel carcere di Verona dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin. Parole pubblicate dal settimanale Giallo e diventate un caso.

Gino Cecchettin, il papà di Giulia, preferisce non commentare. È Elena, la sorella della ragazza uccisa con 75 coltellate, a dire: “In questa storia non ci sono mostri, ma c’è una normalizzazione sistematica della violenza. Bisogna rifiutare la violenza contro le donne e ogni giustificazione, smettere di tacere davanti alla normalizzazione del femminicidio, continuare a fare rumore perché nessuna vittima sia una statistica, una delle “duecento”. “Arrabbiato” e “profondamente deluso” anche il cugino di Giulia, Giovanni Passarotto, che sui social scrive: “Il padre di Filippo ha fallito. Anziché riconoscere la gravità del crimine di suo figlio, ha cercato di minimizzarlo dimostrando una mancanza totale di responsabilità e comprensione. Questo atteggiamento vergognoso non solo manca di rispetto a Giulia e alla nostra famiglia, ma perpetua una cultura di violenza e impunità che dev’essere fermata”.

Ma sulle parole tra Nicola e Filippo Turetta non c’è solo la rabbia della famiglia Cecchettin. I colloqui privati in carcere vengono spesso intercettati a fini d’indagine ma è sulla diffusione di quelle parole che monta l’indignazione: per le Camere Penali la pubblicazione è “immorale” e “grave perché non aggiunge nulla, si tratta solo di voyeurismo fuori luogo”, dice il segretario Rinaldo Romanelli. E il presidente Francesco Petrelli aggiunge: “Si è invece fatto scempio della riservatezza esponendo a una gogna incivile le insindacabili ragioni e le parole pietose di due genitori”. Anche Stefano Tigani, uno degli avvocati della famiglia Cecchettin, dice: “Io credo che non si possa commentare un colloquio tra un padre e un figlio in carcere, in una situazione del genere. Non è questo l’oggetto del processo e trovo sbagliato che siano state divulgate quelle intercettazioni. Non intendiamo speculare su questo”.

Il 3 dicembre è una data cruciale: Nicola Turetta ed Elisabetta Martini incontrano il figlio, reo confesso, per la prima volta, una settimana dopo il suo arrivo in manette in Italia. Filippo è sorvegliato a vista in carcere, giorno e notte: si teme possa togliersi la vita. “Devi farti forza. Ti devi laureare. Avrai i permessi per uscire, per andare al lavoro, la libertà condizionale”, dice il padre. Il ragazzo gli chiede se sia a causa sua che ha perso il lavoro: “Non sei stato te, non ti devi dare colpe, non potevi controllarti”, risponde Nicola Turetta. La conversazione è pacata, fonti vicine all’indagine spiegano che il tentativo dei genitori è di rassicurare il 22enne. Ma quando Filippo racconta che “magari all’avvocato non ce la faccio a riferirgli tutto”, il padre lo invita a non tacere niente.

Le intercettazioni finiscono agli atti del processo che si aprirà a Venezia il 23 settembre: non dovrebbero avere alcun peso ma intanto sono pubbliche. Pierantonio Zanettin, capogruppo di Fi in commissione Giustizia al Senato, chiede al ministro Nordio “un’ispezione per verificare possibili violazioni”. I Radicali stigmatizzano l’episodio. Per Luana Zanella di Avs e Susanna Campione di Fdi, al contrario, aver reso noto quel colloquio “è un atto civile” perché “quelle parole fanno orrore”, smascherano “il racconto normalizzante della violenza e la disumanizzazione delle vittime”.