di Francesca Caferri e Ilaria Venturi
La Repubblica, 20 dicembre 2021
Intervista della scrittrice a Repubblica. "Questi due ragazzi hanno riassunto in sé ingiustizie e pericoli a cui i nostri figli sono esposti anche solo studiando e pensando". "In cella ho letto l'intera saga di Elena Ferrante. È bellissima. La migliore letteratura italiana che io abbia letto. Mi ha tenuto compagnia. Adesso non vedo l'ora di andare a Napoli". Così parlava qualche minuto dopo il suo rilascio dalla casa di Mansoura, Patrick Zaki. Parole che hanno colpito tutti quelli che hanno seguito la vicenda dello studente egiziano dell'università di Bologna, in carcere per 22 mesi in Egitto. Fra loro, anche l'autrice de "L'amica geniale".
L'ha colpita che Patrick Zaki leggesse i suoi libri in cella e che l'abbia indicata tra gli autori preferiti?
"Sì, e sono contenta che la storia delle mie due ragazze gli sia stata d'aiuto. Ma se penso a Zaki che legge, non riesco a prescindere dallo sfondo. Vedo la cella, con rabbia, non i libri".
Libri che però lo consolavano, dice Patrick. La letteratura come evasione, via di fuga in una situazione di oppressione o è qualcosa di più?
"Qualcosa di più. La scrittura sprigiona mondi, voci, idee, emozioni. Tutto il corpo ne è investito e ha l'impressione di fortificarsi, di accrescere la propria potenza di vita. Un libro, insomma, non può che moltiplicare il bisogno di sopravvivenza. Mi immagino quindi che, in stato di detenzione, ciò che consola sia non l'evasione virtuale, ma quel di più di energia vitale attivato dalla finzione letteraria. La letteratura rende più forti, più resistenti. Ma per quanto piacevole e intensa possa essere una lettura, l'obbrobrio della prigione - in Egitto, qui da noi, in ogni parte del mondo - resta".
Quando gli abbiamo chiesto dei libri che ha letto, ci ha parlato di letteratura araba e poi di tre autori tanto diversi fra loro: lei, Jose Saramago e Fedor Dovstoevskji. C'è qualcosa che vi unisce pensando a un lettore come lui?
"Bisognerebbe chiedere a Zaki. Ha fatto questo suo percorso di lettura in una situazione duramente condizionata e sa molto più di me dei nessi che ha dovuto o saputo stabilire, per sopravvivere, tra testi distanti. È giovane, è colto, ascoltarlo ci gioverebbe".
L'appartenenza a una comunità universitaria che si è mobilitata in Italia e in Europa ha contribuito a fare di Patrick un simbolo, icona della lotta per le libertà. Crede anche lei che la cultura abbia un potere tale da costringere la politica a muoversi, a non spegnere i riflettori?
"No, non mi pare che il mondo attuale attribuisca alla cultura il peso necessario per incidere sulla politica. Ma in questa circostanza è successo qualcosa che fa ben sperare. Intorno a Patrick Zaki è cresciuta una comunità tenuta insieme dalla consapevolezza di quanto sia a rischio oggi, in ogni angolo del mondo, la gioventù più generosa e più sensibile. È Giulio Regeni, credo - con la sua vicenda atroce e senza giustizia - che ha reso i quasi due anni di prigione di Zaki una ferita insopportabile per le nostre coscienze. Questi due ragazzi hanno riassunto in sé tutte le ingiustizie e tutti i pericoli a cui le nostre figlie, i figli, i nipoti, sono esposti anche solo studiando e pensando e cercando di capire, in piena autonomia, in quale mondo gli è toccato di vivere".
Patrick è convinto che ci sia un legame importante tra la teoria e la vita, dice la sua docente del Master Rita Monticelli. Ha desiderio di confrontarsi con tutte le culture, quelle minoritarie per lui sono da coltivare non solo sui libri: le devi conoscere e ti devi impegnare in loro difesa. La letteratura come arma nella lotta per i diritti umani?
"La letteratura deve fare il suo lavoro: costruire mondi dove il nostro realissimo caotico mondo di ogni giorno si riveli in tutte le sue fluttuazioni, anche quelle più impercettibili. Il compito di un romanzo è addestrare lo sguardo a vedere con attenzione, senza indifferenza. Dopo, sì, c'è la vita, tutta da sperimentare, tutta da riorganizzare, con dedizione. La mia generazione ha provato a migliorarla, come tutte le generazioni, credo. Ma i diritti umani sono sempre più violati, le grandi ricchezze sono sempre più nelle mani di pochissimi, le democrazie tendono sempre più alla democratura o al flirt con le dittature, il pianeta è sempre più malato, ogni privilegio presuppone sempre più un sopruso. Ma bisogna insistere, cocciutamente. I giovani come Zaki sanno leggere meglio di noi, scrivere meglio di noi, partecipare più generosamente di noi".
Patrick Zaky a "Che tempo che fa": "Ora sto bene e devo ringraziare davvero tutti"
Patrick si è innamorato di Napoli leggendo i suoi libri. Non l'ha mai vista, ma non vede l'ora di visitarla. Dove gli direbbe di andare? Cosa gli consiglierebbe di fare?
"Credo che quando la vedrà, pur non conoscendola, la riconoscerà. Innanzitutto perché so che ha letto parecchi altri scrittori napoletani e quindi ha già estratto dai libri una sua mappa personalissima della città. E poi perché Napoli, oltre che ricca di storia - la città, se ricordo bene, ha avuto secoli fa una comunità egiziana di grande influenza culturale - e di storie significative, è uno straordinario riassunto dei problemi del sud del pianeta".
Se potesse costruire un dialogo con questo ragazzo che ha passato 22 mesi in carcere vedendo il mondo attraverso la letteratura, cosa gli chiederebbe? Cosa la tocca di questa esperienza così drammatica che ha vissuto?
"Lo lascerei raccontare in assoluta libertà. Faccio fatica a immaginare cosa può essere per qualsiasi essere umano, e soprattutto per un giovane, una lunga prigionia e il rischio implicito in ogni parola, persino in ogni pensiero".
Crede che ora il governo debba riconoscergli la cittadinanza italiana? Bologna, Napoli e altre città lo hanno fatto cittadino onorario nei loro Comuni...
"Sì. Assolutamente sì. Anche in questo Zaki, ormai intimamente legato all'Italia, è una figura-sintesi di tanti giovani cittadini di questo Paese che tuttavia non hanno cittadinanza".









