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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 4 agosto 2022

Il leader radicale ha accompagnato una signora veneta di 69 anni, malata oncologica ma libera da supporti vitali. Che dice: “Avrei preferito finire la mia vita nel mio letto, nella mia casa, tenendo la mano di mia figlia e di mio marito. Purtroppo non è stato possibile e ho dovuto venire qui da sola”.

“Mi chiamo Elena, sono italiana e mi trovo in Svizzera. Un anno fa ho avuto la diagnosi di microcitoma polmonare. Non ho nessun supporto vitale per vivere, solo una cura a base di cortisone. Mi restava solo da aspettare che le cose peggiorassero. Ora, mettendo in pratica una convenzione che avevo già in tempi non sospetti, prima che succedesse tutto questo, ho deciso di terminare la mia vita prima che lo facesse in maniera più dolorosa la malattia stessa. Ho parlato con la mia famiglia, ho avuto la comprensione e il sostegno che potevo desiderare. Ho chiesto aiuto a Marco Cappato perché non volevo che i miei cari accompagnandomi potessero avere delle ripercussioni legali, potessero essere accusati di avermi istigato ad una decisione che è stata invece solo mia”.

Elena è morta ieri a Basilea dopo aver lasciato in un video la sua testimonianza diretta. E questa mattina alle 11 Marco Cappato si presenterà alla stazione dei Carabinieri in via Fosse Ardeatine 4 a Milano per autodenunciarsi. Perché ancora una volta il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni ha compiuto un reato accompagnando nel suo ultimo viaggio in Svizzera una donna veneta di 69 anni che non dipendeva da trattamenti di sostegno vitale, dunque non rientrava nei casi previsti dalla sentenza 242 della Corte costituzionale che nel 2019, trattando il supporto fornito a Fabiano Antoniani dallo stesso Cappato, ha reso accessibile anche in Italia la tecnica del suicidio medicalmente assistito. Ora il leader radicale - promotore della lista “Democrazia e referendum” da presentare, firme permettendo, alle elezioni del 25 settembre - rischia fino a 12 anni di carcere per aiuto al suicidio.

Perché i requisiti richiesti dai giudici costituzionali in quella sentenza di tre anni fa (e che ancora non hanno trovato posto in una legge dello Stato) pretendono che il paziente che chiede di accedere alla “dolce morte” ne abbia diritto solo se è affetto da una patologia irreversibile fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psichiche, se è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, e se è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale. Espressione, quest’ultima, che però “non significa necessariamente ed esclusivamente essere dipendenti da una macchina, ma deve intendersi anche qualsiasi tipo di trattamento sanitario, indipendentemente dal fatto che venga realizzato con terapie farmaceutiche o con l’ausilio di strumentazioni mediche. Compresi anche la nutrizione e l’idratazione artificiale”, come puntualizzano sia la Corte d’Assise di Massa che la Corte d’Assise d’Appello di Genova nelle sentenze di assoluzione di Mina Welby e Marco Cappato nel processo per la morte di Davide Trentini.

Così come era dipendente da “trattamenti di sostegno vitale” anche Federico Carboni, il paziente tetraplegico marchigiano che aveva scelto lo pseudonimo di “Mario” durante la lunga battaglia legale combattuta contro l’Asur Marche per vedersi riconosciuto quello che era un suo diritto acquisito con la sentenza della Consulta, e che il 16 giugno scorso ottenne infine il suicidio medicalmente assistito, primo caso in Italia.

Il nuovo “atto di disobbedienza civile” di Marco Cappato, con il supporto fornito alla signora Elena, però, spinge ancora un po’ più in là il confine dei diritti in materia di fine vita che si vuole vangano riconosciuti. Da una corte di giustizia, naturalmente. Visto che l’orizzonte politico scoraggia l’attesa di una legge a breve (quella licenziata dalla Camera il 10 marzo scorso è naufragata nel pantano del Senato e nella fine della legislatura, anche se restringeva perfino la platea degli aventi diritto).

“Elena è morta nel modo che ha scelto, nel Paese che glielo ha permesso”, ha detto Cappato. Andare in Svizzera per la signora Elena è stata però una costrizione. Lo spiega poco prima di mandare “un saluto e un abbraccio a tutti quelli che mi vogliono bene”: “Sono sempre stata convinta - dice nel video - che ogni persona debba decidere sulla propria vita e debba farlo anche sulla propria fine, senza costrizioni, senza imposizioni, liberamente, e credo di averlo fatto, dopo averci pensato parecchio. Avrei sicuramente preferito finire la mia vita nel mio letto, nella mia casa, tenendo la mano di mia figlia, la mano di mio marito. Purtroppo questo non è stato possibile e quindi ho dovuto venire qui da sola”.