di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 24 agosto 2026
Anche chi ha posizioni apicali è a volte superficiale. Con effetti “tossici” sull’opinione pubblica. Ci si lamenta continuamente dell’ignoranza e della superficialità, unite ad eccessi di aggressività e, spesso, di volgarità (che sono le compagne dell’ignoranza e della superficialità) che caratterizzerebbero i nostri tempi, che avrebbero ormai irrimediabilmente infettato la nostra vita pubblica. Di volta in volta, se ne attribuiscono le responsabilità ai social, alle carenze del nostro sistema di istruzione, al sistema della comunicazione, eccetera. Ma, per lo più, ci si dimentica di ricordare il ruolo delle élite, di come certe componenti di tali élite contribuiscano ad infantilire i nostri dibattiti pubblici e ad amplificare quei difetti di cui ci si lamenta. Ci si dimentica del fatto che è fin troppo facile prendersela con l’ignoranza dell’uomo comune. L’ignoranza delle élite, l’ignoranza che in certi casi esibiscono persone che vengono qualificate come appartenenti alle élite, è probabilmente molto più tossica e causa danni maggiori.
Se per ignoranza, in questo contesto, si intende l’assenza di conoscenze adeguate su un qualunque oggetto di interesse pubblico unita all’infondata convinzione di possedere quelle conoscenze e se, per élite, in modo del tutto neutro, si intende l’insieme di coloro che occupano posizioni apicali, di vertice, nelle professioni che più influenzano il pubblico, allora qualcosa di interessante al riguardo si può forse osservare. Quando è dell’ignoranza delle élite che ci si occupa occorre considerare che ne esistono due principali tipi o sottotipi. Il primo ha a che fare con un fenomeno banale, banalissimo. Il secondo sottotipo banale non è. Ed è anche quello che forse esercita, sull’opinione pubblica, le influenze più negative.
Il primo sottotipo riguarda l’ignoranza di personaggi pubblici vari che hanno il problema di lisciare il pelo ai loro followers. Sono quelli che devono “schierarsi” in favore di qualsiasi nobile causa o presunta tale. Senza avere minimamente approfondito (studiando, documentandosi) l’argomento. Non conosco personalmente Francesco de Gregori anche se ne apprezzo le canzoni. Ho sempre pensato che fosse una persona intelligente. Le sue dichiarazioni di qualche tempo fa sul fatto di non ritenere suo dovere schierarsi su questo o su quell’argomento ne sono una conferma. Tutti quelli che “io sono un artista e dunque non posso non schierarmi” lo fanno, per lo più, per calcolo (“piace al mio pubblico”). Alcuni lo fanno forse per empatia, per affinità culturale con il loro pubblico o, semplicemente, per conformismo. O per una combinazione di questi motivi. Sarebbe fiato sprecato dire loro: “Vuoi schierarti? Benissimo, fallo. Ma, prima, studia a fondo l’argomento”.
Il secondo sottotipo dell’ignoranza dell’élite è più interessante. È l’ignoranza del colto, della persona competente, spesso una vera e propria eccellenza, in uno specifico settore e che, forte della sua autorevolezza in quel settore, sputa sentenze su temi su cui competenza non ha. L’aspetto davvero interessante è che quando costui prende posizione su ciò che non conosce esibisce le stesse granitiche certezze che ha il ragazzino sprovveduto quando, sui social, espone i suoi pensieri sullo stato del mondo. Il colto diventa indistinguibile dal non colto. Tranne che per l’eloquio.
È un fenomeno di cui dovrebbero occuparsi gli psicologi. Per capire come mai si produca un simile corto circuito mentale. Il colto, specialista di una qualunque disciplina, quando maneggia le cose che sa, lo fa nella consapevolezza della complessità dell’argomento, conosce ciò che ne dicono le diverse scuole di pensiero (talvolta, è lui stesso figura preminente di una qualche scuola), padroneggia ogni sfumatura, è aggiornatissimo sulla letteratura più recente, conosce ogni tesi e, per ogni tesi, le obiezioni e le contro-obiezioni. Ma questo senso della complessità e della problematicità dei temi di cui è uno specialista, troppo spesso, si ferma ai confini della sua specializzazione. Appena varca quei confini, appena si mette a parlare di altre cose, senso critico e senso della complessità svaniscono. In lui convivono il dottor Jeckyll e mister Hyde. Così come si può solo imparare leggendolo quando scrive di ciò che sa, fa cadere le braccia quando si esibisce su temi che sono al di fuori dalla sua specializzazione.
Sicuramente l’ignoranza esibita dalle élite influenza il più vasto pubblico. Non è una novità. Nella prima metà del XX secolo, tanto il sociologo Vilfredo Pareto quanto il filosofo José Ortega y Gasset scrissero parole pungenti sulla capacità di intellettuali famosi di influenzare l’opinione pubblica su questioni di cui sapevano poco o nulla. L’interazione fra l’ignoranza dell’elite e quella generata o amplificata dai nuovi modi di comunicazione ha un impatto negativo sulla democrazia, ne infetta i dibattiti pubblici.
Tutti, ovviamente, in una democrazia, hanno il diritto di dire la loro su qualunque argomento di interesse pubblico. Ma da chi pretende, per la posizione che occupa, di influenzare l’opinione pubblica, è lecito attendersi sobrietà. Oltre che conoscenze adeguate su ciò di cui parla. È lecito attendersi che egli coltivi il dubbio, che sappia trasmettere a quelli che non dispongono degli strumenti culturali di cui egli dispone il senso della complessità dei problemi pubblici (di tutti i problemi pubblici). L’opinione pubblica ha diritto di non essere ingannata. La inganna chi pretende di venderle ricette semplici su cose complicatissime. C’è un modo infallibile per identificare l’ignorante (quale che sia il suo livello di istruzione o la posizione che occupa). È colui che non ha dubbi, non usa mai formule dubitative, esibisce solo certezze.









