La Repubblica, 1 febbraio 2026
L’analisi del Garante dei detenuti del Lazio. Organizzata, assieme a “Nessuno tocchi Caino”, un’assemblea pubblica per il prossimo 6 febbraio. Stefano Anastasia, in quanto Garante dei diritti delle persone detenute nella Regioni Lazio dal 2021, racconta - sul sito di Nessuno Tocchi Caino - di aver toccato con mano cosa vuol dire la parola sovraffollamento, e non solo sulle condizioni di vita dei detenuti. Il sovraffollamento è la vera spada di Damocle che pende sull’intero sistema penitenziario del nostro Paese. Oggi abbiamo circa 64.000 detenuti, lo stesso numero che nel 2013 portò alla condanna dell’Italia nel caso Torreggiani emessa dalla Corte Europea dei Diritti Umani accusando l’Italia per la violazione dell’Articolo 3 della Convenzione Europea che si riferisce ai trattamenti inumani o degradanti, determinati del cronico sovraffollamento carcerario.
Ma la situazione attuale è molto più grave. Allora la popolazione detenuta stava diminuendo, grazie alle misure adottate dopo la condanna nel caso Sulejmanovic, alla dichiarazione di emergenza nel sistema penitenziario e al decreto Alfano, che istituiva una forma di detenzione speciale per i detenuti con condanne inferiori ai diciotto mesi. Oggi invece la tendenza è inversa: i detenuti aumentano. Un dato che si riflette nella vita quotidiana degli istituti. Dopo dieci anni di incarico, sto tornando a visitare uno per uno tutti i penitenziari del Lazio: sezione per sezione, cella per cella, bagno per bagno. Segnalo nuovamente tutto ciò che non funziona. Molti problemi sono noti, ma è importante ribadirli e farli conoscere.
L’esempio di Rebibbia, ex struttura avanzata. A Rebibbia penale, ad esempio - che anni fa era una delle strutture più avanzate del nostro sistema - un terzo dell’istituto è chiuso: due sezioni su sei. In molte celle destinate a detenuti con pene lunghe c’è ancora il bagno a vista, nonostante sia vietato dal regolamento penitenziario da venticinque anni.
I letti a castello a tre piani. A Latina ho incontrato un detenuto che ha frequentato un corso sulla sicurezza sul lavoro e mi ha detto ironicamente di aver scoperto che, per salire sul letto a castello a tre, gli servirebbe il casco protettivo, come previsto dalla normativa: “Ma in carcere - mi ha detto - chi se ne importa”. A Cassino, dove metà dell’istituto è chiuso da sei anni per un cedimento strutturale, ho scoperto invece la quadriglia della socialità: poiché le stanze dedicate a momenti comuni sono ormai usate per alloggiare altri detenuti, nelle cosiddette “sezioni ordinarie”, da cui si può uscire solo per andare a fare attività (che non ci sono) o nelle stanze di socialità (che non ci sono), gli ospiti di una cella possono uscire solo per andare in un’altra, a condizione che ci sia qualcuno che ne esca per andare nella propria.
Un sistema alla deriva. Sono episodi che mostrano un sistema alla deriva. Un sistema che, nonostante l’impegno di chi ci lavora - dirigenti, agenti, funzionari, educatori - riesce a funzionare soltanto per quello scopo costituzionalmente impronunciabile che qualcuno ha già rilevato: tenere chiusa la gente. Se l’obiettivo è solo segregare, il sistema regge. Possiamo arrivare a 64.000, forse anche 70.000 detenuti, violando ogni principio di dignità umana. Ma non possiamo farlo, perché la Costituzione dice un’altra cosa, perché la legge dice un’altra cosa, e perché lo dicono le convenzioni internazionali. Per questo credo che sia ogni giorno più urgente pensare a strumenti di riduzione del sovraffollamento.
Bisogna tornare a parlare di amnistia e indulto. Lo dico senza tabù: dobbiamo tornare a parlare di amnistia e indulto, strumenti previsti dalla Costituzione. Non è una provocazione nei confronti del governo, che pure rivendica una linea “garantista nel processo e giustizialista nella pena”. È un richiamo alla responsabilità istituzionale: ognuno può portare avanti la propria politica penale, ma lo deve fare garantendo che le pene siano umane e che le carceri siano vivibili. Se si vuole arrivare ai 70.000 posti detentivi previsti, è necessario nel frattempo creare le condizioni per assicurare una pena civile e rispettosa dei diritti fondamentali della persona.
Le ragioni dell’assemblea pubblica del prossimo 6 febbraio. In tutto questo dibattito, però, abbiamo sentito ancora troppo poco la voce di chi nel sistema penitenziario lavora ogni giorno. Gli operatori - educatori, personale sanitario, insegnanti, polizia penitenziaria - devono poter raccontare come vivono questa crisi, liberamente, senza timori di sanzioni o ritorsioni. Per questo abbiamo promosso, insieme a Nessuno tocchi Caino, un’assemblea pubblica per il 6 febbraio.











