di Paola Canevini*
Corriere della Sera, 22 agosto 2025
Ogni anno nelle 190 carceri italiane transitano circa centomila detenuti. Oltre al sovraffollamento, l’emergenza del disagio psichiatrico. Il dato è aggiornato al 31 luglio scorso: 62.569 le persone detenute quel giorno nelle 190 carceri d’Italia. Complessivamente - tra quelle che ci entrano, quelle che ne escono e quelle che ci restano - ogni anno ve ne transitano circa centomila. Più di una su tre è detenuta per reati legati alla droga e una quantità compresa fra il 35 e il 50 per cento ha problemi legati all’uso di sostanze. A questo si sovrappone l’uso di psicofarmaci prescritti in carcere: secondo il Rapporto Antigone 2025 quasi il 45% dei detenuti assume sedativi o ipnotici, due su dieci prendono antidepressivi, stabilizzanti dell’umore o antipsicotici. Il sovraffollamento aggrava tutto con 748 posti a San Vittore per oltre 1.100 detenuti, 918 posti Opera per più di 1.300 persone effettive, 1.267 a Bollate per quasi 1.400. Più della metà dei ristretti, per esempio a San Vittore, ha problemi di disagio psichico o veri e propri disturbi psichiatrici. Molti portano con sé traumi legati a storie di migrazione.
Una recente delibera regionale ha previsto per San Vittore l’attivazione di un reparto con 24 posti dedicato a detenuti con diagnosi psichiatriche ad assistenza intensificata. I posti di cui avremmo avuto bisogno solo nel primo trimestre 2024 sarebbero stati 126. E i numeri continuano a crescere. Il progetto punta a favorire la consapevolezza della malattia, autonomia e capacità sociali preparando i detenuti alla presa in carico sul territorio dopo la scarcerazione. È fondamentale che i nuovi progetti assistenziali nascano come già avviene a San Vittore per “La Nave” - una Comunità terapeutica intramuraria per le dipendenze, con almeno 60 e fino a 70 pazienti in carico sui circa 500 complessivi del SerD a San Vittore - come progetti incardinati nell’organizzazione assistenziale del Sistema socio Sanitario Regionale. Come realtà con personale sanitario dedicato e motivato a trovare nuovi approcci di cura.
Le soluzioni infatti non sono facili. La salute mentale, già fragile e complessa da affrontare sul territorio, si scontra in carcere con condizioni che moltiplicano le criticità. E si sommano problemi: oltre alle patologie psichiatriche, alle dipendenze da sostanze illegali, spesso arrivano persone già con terapie psicofarmacologiche complesse. Alcuni detenuti chiedono di mantenerle anche quando non necessarie arrivando a minacciare o praticare atti di autolesionismo. Per affrontare il fenomeno è stato avviato un Prontuario Terapeutico condiviso tra tutte le realtà penitenziarie con Regione Lombardia.
Si aggiungono poi nuove criticità, come l’uso improprio delle bombolette di gas butano per cucinare: alcuni detenuti le inalano. La proposta è sostituirle con piastre a induzione, ma la rete elettrica delle carceri spesso non è adeguata. La soluzione non può che passare attraverso un reale lavoro di rete. Tra psichiatri, psicologi, educatori, assistenti sociali, personale infermieristico, personale penitenziario. E le associazioni del Terzo settore, il volontariato. Da portare avanti anche dopo la scarcerazione: momento ancora più difficile di quello dell’ingresso in carcere, in molti casi, visto che per quanto possa sembrare assurdo ci sono persone - soprattutto migranti - che all’interno delle carceri ricevono più cure che fuori. Quello che serve è una presa in carico multidisciplinare, chiara e coordinata, tra tutte le istituzioni coinvolte. E una politica che garantisca il diritto alla cura per tutti, dentro e fuori. Anche per la sicurezza di tutti: perché una persona seguita e curata, dentro e fuori dal carcere, è anche una persona meno pericolosa. Per sé e per gli altri.
*Professoressa ordinaria Università di Milano, direttrice Dipartimento salute mentale e dipendenze di Asst Santi Paolo e Carlo











