di Conchita Sannino
La Repubblica, 2 luglio 2025
Caterina Pozzi, responsabile della rete dei Centri di cura smonta l’idea di Nordio: “Possiamo accoglierne solo 220 su 17mila oggi dietro le sbarre”. Questo governo si muove dentro una contraddizione tanto drammatica quanto pericolosa. Da un lato, scarica tutti i problemi sociali su nuovi reati e su altro carcere. Dall’altro, si dice “sensibile e molto attento” ai temi del sovraffollamento e dei suicidi. Ma insomma, ci prendiamo in giro?”. Caterina Pozzi è la presidente della rete Cnca, il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, 196 tra residenziali e semiresidenziali, la più ampia rete del privato sociale in Italia per le dipendenze.
Presidente Pozzi, il Capo dello Stato ha chiesto di intervenire “immediatamente”. Voi conoscete il carcere. Quali sono gli aspetti più gravi, oggi?
“Innanzitutto, desta allarme il continuo peggioramento di un quadro che già presentava da diversi anni situazioni di sofferenza. Ma occorre riflettere su alcuni dati: circa 6mila sono i condannati in primo grado. E in 8mila hanno una pena inferiore a un anno. Di questi, quasi il 40% sono stranieri. E i giovani: stando all’ultimo rapporto di Antigone, i detenuti che hanno tra 18 e i 24 anni sono quasi 4mila. E sa quanti di questi sono i tossicodipendenti? Ben 17.500”
Cioè: più di tutte le persone che rappresentano i “reclusi eccedenti” che sono 16mila?
“Esatto: ecco perché bisogna puntare su depenalizzazione, misure alternative e sulle comunità accreditate”.
Un punto da chiarire: Nordio ha ribadito tra i suoi impegni la “detenzione differenziata” per i tossicodipendenti. Ha capito in che termini?
“Veramente a oggi non si comprende un bel nulla. Né come si procederà, né con quali fondi, visto che si parla di 5 milioni per tutta la misura, né soprattutto quali saranno i criteri”.
In astratto, però, avreste la disponibilità per accoglierli?
“Nel 2023, per citare dati pubblici e condivisi, le nostre comunità hanno accolto 2mila e 376 persone. Di queste, 400 erano in misura alternativa alla detenzione, come affidamento speciale. Ma altri 220 posti sono disponibili, il problema è che si tratta di una goccia nel mare”.
In ogni caso, non vi occupate di detenzione ma di assistenza.
“I casi di arresto domiciliari sono pochissimi. Anche perché le comunità sono una parte del sistema dei servizi pubblico-privati che hanno alle spalle più di 30 anni di attività, e rispondono a standard regionali che ne garantiscono qualità ed appropriatezza. Accolgono quindi anche persone dipendenti dal carcere, ma lavorando essenzialmente sul percorso di cura e sulla comprensione del reato. Sono integrate sul territorio e propongono percorsi di formazione e di inserimento lavorativo. Io mi chiedo: è questo il tipo di risposta a cui pensa il ministro?”
Avete timori?
“C’è un fatto. Da quando si è insediato, questo governo punta sempre e solo alla detenzione. Sono aumentati le fattispecie di reato, sono aumentate le pene per reati già presenti, pensiamo al decreto anti-rave, al decreto Caivano, che ha completamente stravolto i nostri Istituti minorili, o al “cattivo” e rischiosissimo decreto Sicurezza”.
Insomma, si scarica tutto sulle carceri?
“Meglio: sulla vita dei detenuti e sulle persone che dentro le carceri lavorano. Se questo è l’impianto, è lecito dubitare delle promesse su depenalizzazione o affidamento dei detenuti tossicodipendenti”.
Il timore, espresso anche da Antigone, è che si vogliano immaginare comunità private?
“Abbiamo un po’ questo dubbio. Se l’intento è quello di definire un sistema di “strutture” fuori dall’accreditamento che ospitino tutte le persone, a prescindere dagli specifici bisogni, questo sarebbe uno scardinamento del sistema integrato pubblico-privato che garantisce interventi socio sanitari specialistici, a favore di situazioni a gestione privata, di cui non sono chiare le finalità né le modalità di intervento e di custodia”.
C’è il rischio che si privatizzi la detenzione dei tossicodipendenti?
“Non vorremmo si creassero dei Centri di permanenza per i rimpatri applicata a tutti i detenuti, ecco. Si vogliono creare delle piccole carceri private? Al peggio, all’inferno non ci sarebbe davvero mai fine”.











