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di Paolo Carbone*


Il Mattino, 24 aprile 2020

 

Tra le criticità del sistema Italia, che la coscienza dei più cerca di rimuovere come un mantra fastidioso, c'è il carcere, un pianeta sconosciuto che, quando non è scuola di delinquenza, è emarginazione, sofferenza, negazione di ogni principio di civiltà e di dignità.

Le analisi degli addetti ai lavori nei verbosi convegni si esauriscono con la descrizione impressionistica delle celle affollate e maleodoranti, con la attuale sospensione dei colloqui "a vista" dei detenuti con i familiari e i difensori, con la riduzione del tempo di fruizione della televisione e con l'esaltazione della cosiddetta Riforma Penitenziaria e di recenti timide concessioni legislative, come gli arresti domiciliari con "braccialetto" per pene fino a diciotto mesi o come la declaratoria di illegittimità della retroattività della Legge Spazza-corrotti nei reati contro la Pubblica Amministrazione.

Questi interventi sporadici e disarticolati vanno nella direzione opposta rispetto all'auspicato assetto organico coeso e completo del sistema carcerario ispirato ai principi dell'Ordinamento generale delle leggi, assertore della inviolabilità dei diritti della persona di cui il detenuto deve poter serbare la titolarità e l'esercizio.

Non è più rinviabile - specie dopo le rivolte nelle Case circondariali di Napoli, Salerno, Campobasso, Lodi, Brescia e Santa Maria Capua Vetere e dopo che l'Antimafia ha indicato nella Camorra la regia tutt'altro che occulta di tali disordini - una riforma sistemica dell'ordinamento penale. I settori di intervento sono molteplici. Il primo riguarda la durata dei processi.

Gli oltre cinque milioni di pendenze annuali rappresentano spesso una negazione di giustizia. La conclusione, dopo anni, è nel quaranta per cento la prescrizione. I danni, anche sul piano economico, sono immaginabili, specie quando ad essi si aggiunge la beffa di parti civili non risarcite. Piuttosto che accedere a rimedi peggiori del male come l'amnistia e l'indulto, bisogna depenalizzare la miriade di condotte di minore impatto sociale.

Il panpenalismo del legislatore costringe gli operatori a districarsi in una selva di reati: oltre settecento quelli del codice penale, cui vanno aggiunti centinaia di fattispecie criminose disseminate nella legislazione cosiddetta speciale. Prima di sbandierare riforme impossibili, bisogna ricondurre nell'alveo costituzionale il concetto di pena, come sanzione certa, espiabile, ma giusta.

Accusavamo il Codice Rocco di essere improntato ad una cultura inquisitoria e giustizialista. Ma siamo stati capaci di stravolgere anche il processo cosiddetto accusatorio, teoricamente garantista, con leggi e leggine di severità draconiana, ora per contrastare il terrorismo, ora la mafia, ora la corruzione. Il risultato? Si va in galera prima della sentenza.

In barba alla Costituzione, che individua nella privazione della libertà la extrema ratio, la carcerazione preventiva è una vera anticipazione di pena. Il quaranta per cento degli oltre settantamila detenuti è in attesa di giudizio. Il Governo attuale non si è sottratto ad uno sport ormai ricorrente: porre mano alla riforma del processo penale per "superare le antiche vischiosità del rito e assicurare l'accorciamento dei tempi dei giudizi".

Un proposito lodevole, soprattutto se esteso-come è stato promesso- al "sistema sanzionatorio". Che sia un segno di ravvedimento del legislatore?

 

*Professore di Sistemi giuridici all'Università "Federico II" di Napoli