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di Fabrizio Ventimiglia*

 

Il Sole 24 Ore, 16 aprile 2020

 

L'imponente emergenza sanitaria di questi giorni sta facendo emergere svariate problematiche che affliggono da molto tempo il nostro Paese, problematiche che, in un periodo di crisi come quello attuale, riemergono con drammaticità. Così come l'epidemia in atto ha svelato che il costante definanziamento statale alla sanità ha provocato un indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale oggi in grandissima difficoltà a fronte delle migliaia di ricoveri quotidiani, allo stesso modo essa ha nuovamente portato all'attenzione dell'opinione pubblica la drammatica condizione di sovraffollamento delle carceri.

Secondo il Garante Nazionale dei detenuti, la capienza regolamentare dei nostri istituti di reclusione è di 51.416 posti, mentre quelli effettivamente disponibili sono circa 47.000; i detenuti presenti, alla fine di febbraio, erano 61.230. Alcuni istituti arrivano a un tasso di affollamento del 190%. Il problema non riguarda solo il sovraffollamento, ma anche le strutture che risultano essere fatiscenti e prive dei basilari presìdi igienico-sanitari: in molti istituti le celle sono senza acqua calda, in buona parte di essi manca persino la doccia; spesso mancano prodotti per la pulizia e l'igiene personale.

Uno dei padri della nostra Costituzione, Piero Calamandrei, nel 1948 chiedeva al Parlamento l'istituzione di una commissione d'inchiesta sulle carceri, pronunciando un discorso che sarebbe rimasto nella storia: "Nelle carceri italiane, per capirne lo stato, per rendersene conto, bisogna esserci stato".

Queste parole, a 72 anni di distanza, sembrano riecheggiare con drammatica attualità, nelle parole dei Giudici della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che, con la nota sentenza Torregiani, hanno condannato nel 2013 l'Italia per la violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani.

Il caso riguardava i trattamenti inumani e degradanti subìti dai ricorrenti, detenuti per molti mesi in celle triple con meno di quattro metri quadrati a testa a disposizione, senza acqua calda e addirittura con un'illuminazione e un'areazione degli spazi insufficiente. Ciò premesso, appaiono evidenti - considerati i numeri e le condizioni strutturali dei nostri penitenziari - gli scenari catastrofici che un'eventuale diffusione del virus negli istituti di pena comporterebbe per tutta la popolazione delle nostre carceri.

Come noto, il c.d. Decreto Cura Italia ha imposto a tutti i cittadini incisive misure di distanziamento sociale, quali l'obbligo di rimanere nelle proprie abitazioni o la necessità di adottare talune precauzioni quando, per necessità, motivi di lavoro o di salute, si è costretti ad uscire. Analoghe restrizioni o presidi precauzionali non paiono essere stati, tuttavia, implementati nei penitenziari, ove la vita sembra proseguire come se nulla stesse accadendo. Unica iniziativa adottata è stata quella di aver provato a "tagliare i ponti" con l'esterno, prevedendo la sospensione di tutti i colloqui con i parenti nonché la sospensione delle attività sociali e rieducative.

Le persone, però, rimangono ammassate, le condizioni igieniche delle celle precarie, le infermerie non riescono a rilevare quotidianamente la temperatura corporea dei detenuti come prescritto dai regolamenti. Da tale situazione scaturisce il serio e grave rischio di non riuscire con tempestività ad intercettare un'eventuale infezione. In totale - secondo i dati diffusi dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - i detenuti positivi al coronavirus sono 21, 17 dei quali si trovano in isolamento in camere singole all'interno delle stesse carceri.

Molto più numerosi, invece, i positivi tra gli agenti di polizia penitenziaria: sono 116, con due vittime, su quasi 38mila agenti penitenziari in totale. Questi dati vanno comunque confrontati con il dato dell'esiguità dei tamponi effettuati sui detenuti. In Lombardia, ad esempio, su 8700 detenuti sono stati effettuati poco più di 150 tamponi. A fronte di tutto ciò, non v'è chi non veda la potenziale pericolosità della situazione e, conseguentemente, la necessità impellente di trovare una soluzione immediata, prima che le carceri si trasformino in pericolosi focolai di contagio.

Come Associazione Centro Studi Borgogna riteniamo importante, in questa fase storica di crisi non solo sanitaria ma anche sociale ed economica, mettere a disposizione delle Istituzioni le nostre competenze formulando proposte concrete e di facile applicazione.

Il tema, a nostro avviso, è da affrontare sotto un duplice profilo. Occorre, da una parte, favorire un deflusso controllato dagli istituti penitenziari e dall'altra, per quanto possibile, contenere i nuovi ingressi in carcere. Il governo, invero, ha previsto alcune norme ad hoc, inserite nel D.L. n. 18 del 17 marzo 2020, per favorire la liberazione di una parte di popolazione carceraria.

In particolare, è stato previsto un ampliamento temporaneo con scadenza al 30 giugno dell'istituto della detenzione domiciliare: essa sarà accessibile se la pena da eseguire non sia superiore a diciotto mesi (e ciò anche nel caso essa costituisca parte residua di una pena maggiore) e se il condannato abbia la disponibilità di un domicilio effettivo e per ubicazione idoneo a soddisfare le esigenze preventive. Il beneficio sarà concesso con un procedimento semplificato, la cui competenza è attribuita al Magistrato di Sorveglianza che dovrà decidere entro cinque giorni.

Queste misure, a cui si aggiungono quelle previste dall'art. 124 del citato Decreto circa l'estensione del periodo di licenza concessa al detenuto semilibero oltre il limite previsto dall'art. 52 O.P., non si applicano ai soggetti condannati per uno dei delitti ostativi previsti dall'art. 4 bis O.P., al delinquente abituale o per tendenza, al detenuto sottoposto al regime di sorveglianza particolare, ai condannati per maltrattamenti in famiglia e stalking e ai detenuti che nell'ultimo anno siano stati sanzionati per alcune delle infrazioni disciplinari previste dall'art. 77 comma 1 del Dpr 230/2000 e a quelli coinvolti nelle violente sommosse avvenute dal 7 al 9 marzo in diverse città italiane.

Nei casi in cui la pena sia superiore a sei mesi, il controllo sarà effettuato mediante l'uso dei braccialetti elettronici. I dispositivi elettronici messi a disposizione dal Ministro Buonafede sono cinquemila, ma quelli immediatamente utilizzabili meno di mille. Per l'attivazione degli altri sono necessari fondi (e nel decreto è inserita una clausola di invarianza finanziaria) ma soprattutto tempistiche stimate in almeno tre mesi. Come Associazione CSB riteniamo che questo tempo, purtroppo, non ci sia dato: il virus si diffonde molto velocemente e le misure da adottare devono essere urgenti e di facile e veloce applicazione. In particolare, per quanto riguarda le misure deflazionistiche, si ritiene necessario provvedere alla scarcerazione immediata e a prescindere dall'utilizzo dei braccialetti elettronici di tutti i detenuti che abbiano pene (o residui di pena) non superiori a due anni e che non siano stati condannati per i reati già previsti quale causa di esclusione del beneficio dal Decreto.

Per quanto riguarda, invece, la riduzione dei flussi in entrata, è necessario evidentemente dilatare - se possibile - ancor di più il concetto di custodia cautelare in carcere quale extrema ratio, prediligendo misure meno afflittive ma comunque idonee ad assicurare le esigenze cautelari cui esse sono finalizzate.

Si propone, a tal proposito, che l'emergenza sanitaria venga presa in considerazione dagli organi giudicanti - tanto in fase applicativa quanto in fase di modifica della misura - quale

criterio applicativo della misura cautelare prevedendo, altresì, su di esso un onere motivazionale rafforzato. Per quanto riguarda, inoltre l'eventuale adozione di una misura cautelare nei confronti di soggetti di età pari o superiore a sessanta anni o di soggetti affetti da patologie croniche pregresse si propone che sia disposta sempre - in sostituzione della custodia cautelare in carcere - la misura cautelare degli arresti domiciliari, ad esclusione dei casi di grave e comprovata pericolosità sociale.

Si propone, infine, che l'emissione di tutti gli ordini di esecuzione per pene fino a quattro anni divenute definitive sia sospesa sino al termine dell'emergenza sanitaria, ovvero fino a quando sarà necessario mantenere le misure di distanziamento sociale.

Le proposte individuate sono finalizzate ad uno svuotamento immediato delle carceri per arrivare ad avere un numero di detenuti che sia almeno pari a quella che sarebbe la capienza massima consentita dalla normativa italiana ed europea ma soprattutto la quantità di persone idonea a garantire il distanziamento sociale imposto dalla pandemia in atto. misura cautelare nei confronti di soggetti di età pari o superiore a sessanta anni o di soggetti affetti da patologie croniche pregresse si propone che sia disposta sempre - in sostituzione della custodia cautelare in carcere - la misura cautelare degli arresti domiciliari, ad esclusione dei casi di grave e comprovata pericolosità sociale.

Si propone, infine, che l'emissione di tutti gli ordini di esecuzione per pene fino a quattro anni divenute definitive sia sospesa sino al termine dell'emergenza sanitaria, ovvero fino a quando sarà necessario mantenere le misure di distanziamento sociale. Le proposte individuate sono finalizzate ad uno svuotamento immediato delle carceri per arrivare ad avere un numero di detenuti che sia almeno pari a quella che sarebbe la capienza massima consentita dalla normativa italiana ed europea ma soprattutto la quantità di persone idonea a garantire il distanziamento sociale imposto dalla pandemia in atto.

Come Centro Studi Borgogna riteniamo comunque che sia indispensabile continuare a ragionare sul tema carceri con proposte che, superata la fase emergenziale, siano in grado di risolvere il problema strutturale ed endemico del sovraffollamento degli istituti di pena.

*Presidente del Centro Studi Borgogna