di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 settembre 2025
Il carcere è un luogo che dovrebbe togliere la libertà per un certo periodo di tempo, ma non la vita. Eppure, nelle ultime ore il Paese ha contato altri tre nomi sulla lunga lista dei morti in cella: due casi a Rebibbia e una giovane di 26 anni a Sollicciano. Un fine settimana di morte che porta il conteggio dei suicidi tra i detenuti a livelli che non possiamo più considerare numeri “fisiologici”. La 26enne di Sollicciano - originaria della Romania, entrata in carcere circa un anno fa - è stata trovata impiccata all’alba nella sua cella. Era in corso un’ispezione da parte del comitato europeo sulla tortura, e appena il giorno prima nella stessa sezione era scoppiato un incendio che aveva intossicato agenti penitenziari: scene che dicono tutto sul livello di degrado in cui vive chi è rinchiuso.
L’avvocato della ragazza ricorda l’ultimo incontro, e il soccorso è stato inutile. A Rebibbia, nei giorni precedenti, si sono tolte la vita una donna di 52 anni con una storia di dipendenze e, poche ore dopo, un altro detenuto nel reparto G12. Anche qui la scena si ripete: isolamento, una pena ancora lunga da scontare, relazioni esterne sfilacciate, scarsa continuità delle cure.
Le cronache non descrivono solo la morte: raccontano il silenzio che ci arriva dietro, la desolazione quotidiana. Questi fatti non sono incidenti isolati. Siamo già - secondo i conteggi di associazioni e sindacati - in anni segnati da un numero di suicidi tra i più alti degli ultimi decenni: nel 2024 i suicidi nei penitenziari italiani hanno toccato quota 91; nel 2025 la conta continua ad aumentare, con 61 casi. Le associazioni che monitorano la realtà carceraria parlano di “emergenza” e di “estate nera”.
Dietro ogni suicidio c’è una storia riconoscibile: fragilità psichica, dipendenze, solitudine, paura, il peso di processi lunghi, la perdita dei punti di riferimento. Ma non basta elencare i singoli casi: bisogna leggere i dati e i rapporti che li spiegano. Le ricerche scientifiche indicano con chiarezza quali sono i fattori che alzano il rischio di suicidio in carcere: una storia di tentativi precedenti, ideazione suicidaria nel periodo di detenzione, disturbi psichici non adeguatamente curati, dipendenza da sostanze - e situazioni legate alla stessa esperienza carceraria come i mesi immediatamente successivi all’ingresso in istituto o i periodi in regime di isolamento.
C’è chi, studiando l’Italia per anni, ha cercato di separare ciò che è causa diretta da ciò che è contesto aggravante. Un’analisi su un periodo di più anni ha evidenziato che tra i fattori di rischio rilevabili ci sono disturbi psichici preesistenti la carcerazione, il rimorso per il delitto commesso, la previsione della condanna e la condanna stessa; quella stessa ricerca, però, non ha trovato una relazione statistica semplice e univoca tra sovraffollamento e suicidio come rischio diretto. Ma la lettura dei rapporti ufficiali e delle associazioni mostra un quadro diverso quando si guarda all’insieme: il sovraffollamento, la carenza di personale, l’assenza di servizi sanitari e di presa in carico psichiatrica trasformano il carcere in un amplificatore di fragilità. In poche parole: il sovraffollamento forse non manda al suicidio da solo, ma rende più probabile che chi è vulnerabile trovi le condizioni per farlo.
Le ispezioni e i rapporti delle associazioni che lavorano nelle carceri spiegano bene la catena di responsabilità che porta alla tragedia: posti letto oltre la capienza regolamentare, sezioni dove non sono garantiti nemmeno i tre metri quadri per detenuto, lunghe liste d’attesa per visite e percorsi terapeutici, carenza cronica di psicologi e operatori, turni massacranti per la polizia penitenziaria. Sono elementi che sommano stress, rabbia e disperazione. I numeri parlano chiaro: a fine agosto erano 63.167 le persone detenute, con un tasso di affollamento reale che ha raggiunto il 135,5%. Se il dato scientifico non riconduce tutto al sovraffollamento, il quadro complessivo che emerge da Garante, Antigone e dai dossier specializzati è questo: la qualità della vita carceraria - l’accesso alle cure, la gestione delle persone con disturbi psichici, la possibilità di mantenere legami affettivi, le condizioni materiali delle celle, la presenza di personale adeguato - fa la differenza tra la sopravvivenza e il gesto estremo. I rapporti chiedono misure chiare: più psicologi, percorsi di trattamento per le dipendenze, formazione degli agenti per il riconoscimento precoce del rischio suicidario, e - prima di tutto - politiche che riducano la pressione numerica sulle celle.
Sul piano politico il dibattito non è solo tecnico. C’è chi invoca interventi strutturali e immediati - riduzione del sovraffollamento, aumento degli organici, reti territoriali per misure alternative - e c’è chi respinge la correlazione fra sovraffollamento e suicidi come un nesso semplificato. Il deputato Fabrizio Benzoni (Azione) ha parlato senza mezzi termini: “Non possiamo più accettare che la detenzione si trasformi, per molti, in una pena di morte” e ha chiesto al ministro della Giustizia di assumersi responsabilità concrete.
Sul fronte opposto, il ministero ha dato risposte che molti ritengono insufficienti, e la discussione politica si è spesso trasformata in schermaglie invece che in piano d’intervento. Su questo punto la voce di Vittorio Manes, ordinario di diritto penale all’Università di Bologna, intervistato su questo giornale da Simona Musco, non lascia margini di ambiguità: “Il principio di umanità delle pene è un valore primordiale per la civiltà del diritto. Afferma che lo Stato non può mai rispondere al crimine replicando alla violenza con la violenza, alla brutalità con la brutalità, al sangue col sangue”. E sottolinea che è da questo canone che le condizioni delle nostre carceri sono oggi profondamente distanti. Così come, sono ormai quasi 30 giorni che Rita Bernardini di Nessuno Tocchi Caino è in sciopero dalla fame per scuotere il parlamento affinché metta subito all’ordine del giorno il tema delle misure deflattive.
Le raccomandazioni internazionali non lasciano spazio a equivoci: il Consiglio d’Europa ha messo nero su bianco linee precise per garantire la tutela della salute mentale dietro le sbarre, sottolineando che senza servizi specialistici e senza continuità di cura non c’è possibilità di prevenire tragedie. Non sono parole di principio, né slogan ideologici: sono indicazioni che, se applicate, fanno davvero la differenza tra la vita e la morte. Da anni le associazioni che si occupano di carcere ripetono gli stessi punti.
All’ingresso di un detenuto occorre prevedere uno screening obbligatorio, e non una tantum: va ripetuto nelle prime ore e nei primi giorni, il momento più critico, quando la disperazione può diventare gesto estremo. Chi arriva con una terapia già in corso deve poterla continuare senza interruzioni, perché una brusca sospensione farmacologica è un detonatore pericoloso.
C’è poi la questione, mai risolta, delle risorse umane. Psicologi, psichiatri, operatori sanitari sono troppo pochi rispetto alla popolazione detenuta, e il risultato è che interi istituti vivono senza una reale presa in carico. L’appello è sempre lo stesso: aumentare il personale e stabilire un ponte stabile con i servizi territoriali, così che l’assistenza non si interrompa al momento della scarcerazione, quando la fragilità rischia di esplodere di nuovo.
Ma nessuna cura regge se il carcere resta una polveriera di corpi ammassati. Per questo le organizzazioni chiedono misure concrete contro il sovraffollamento: applicare alternative alla detenzione per i reati minori, accelerare i processi, rivedere quei criteri che tengono in cella chi potrebbe scontare la pena in altro modo.











