di Valter Vecellio
lindro.it, 7 luglio 2022
Archiviati i referendum che non hanno raggiunto il quorum necessario, sulla giustizia (e sul suo epifenomeno le carceri), è calato il silenzio di sempre. Si accenda la televisione, si acquisti un qualsivoglia giornale: sotto i nostri occhi scorrono emergenze di ogni tipo, frutto di anni di incuria, trascuratezza, pessima gestione della cosa pubblica: montagne come la Marmolada che fanno strage di escursionisti; la siccità che mette in crisi il nostro modello di vita; la pandemia che continua a diffondersi e contagiare ogni giorno sono almeno cinquanta i morti.
Non parliamo del conflitto in Ucraina: solo ora si è scoperto il volto di Putin e dei suoi sodali; quello che accade in Libia, gli stupri e le violenze alle donne, spesso uccise dai loro ex compagni. Non c’è notiziario radio televisivo o giornale che non ne parlino o ne scrivano. Una sola emergenza continua a essere bellamente e tranquillamente ignorata, come se non esistesse, come se non producesse ogni giorno i suoi velenosi frutti. Se ne è parlato poco e male per qualche giorno prima del voto del 12 giugno. Archiviati i referendum che non hanno raggiunto il quorum necessario, sulla giustizia (e sul suo epifenomeno le carceri), è calato il silenzio di sempre.
Eppure la situazione è a dir poco drammatica. L’Associazione Antigone ha elaborato i dati ufficiali forniti dal Dipartimento per l’Amministrazione penitenziaria per quello che riguarda il sistema penitenziario romano. Ne emerge un quadro desolante: “Mancano gli educatori, i direttori, i mediatori culturali, e di conseguenza mancano anche le attività trattamentali per i detenuti. Assistiamo anche a uno stravolgimento degli istituti penitenziari, con centinaia di condannati in via definitiva reclusi in case circondariali come Regina Coeli, dove non dovrebbero stare. E poi c’è il sovraffollamento, che rimane una costante. Fino a poco tempo fa avevamo i commissariati pieni di persone in attesa di essere portate in carcere, dove non c’era posto”, racconta Gabriella Stramaccioni, garante dei detenuti di Roma.
Il sovraffollamento rimane una emergenza costante. Nell’area metropolitana di Roma sono presenti otto istituti penitenziari: i quattro di Rebibbia (la casa circondariale “Raffaele Cinotti”, il carcere femminile “Germana Stefanini”, l’istituto a custodia attenuata “Rebibbia terza casa” e la casa di reclusione) e la casa circondariale di Regina Coeli a Roma, due a Civitavecchia (la casa circondariale “Nuovo complesso” e la casa di reclusione “Giuseppe Passerini”) e uno a Velletri. Secondo gli ultimi dati del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria, cinque di queste carceri sono sovraffollate e ospitano quindi molti più detenuti del dovuto. Regina Coeli, ad esempio, avrebbe posto per 615 detenuti, ma ne ospita ben 943, con un tasso di affollamento pari al 153,3 per cento. Oppure a Civitavecchia, 357 posti ufficiali, 311 effettivi, 454 detenuti.
Non va meglio nel resto d’Italia. In Lombardia, per esempio: si registra un tasso di sovraffollamento pari al 130 per cento, con picchi a Lodi, dove si raggiunge il 172 per cento: significa 75 detenuti per 45 posti; a Brescia 316 detenuti per 189 posti; Busto Arsizio 401 detenuti per 240 posti; Como 372 detenuti per 240 posti; Monza 621 detenuti per 411 posti. Per il garante dei detenuti lombardo “la maggiore criticità è costituita dalla grave carenza di assistenza psichiatrica. Nelle carceri lombarde una quantità di detenuti sono dichiarati incapaci di intendere e di volere e per questo dovrebbero essere destinati alle Rems, le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza; che però sono sempre piene, e dunque i detenuti in attesa che si liberino dei posti restano in carcere.
“La maggiore criticità attuale in tutte le nostre carceri”, dice Francesco Maisto, garante dei detenuti del comune di Milano, “è rappresentata dalla grave carenza di assistenza psichiatrica. In relazione a ciò abbiamo segnalato all’Assessorato regionale alla Sanità il problema della presenza di tanti casi fragili presso gli Istituti penitenziari”. Degli oltre 500 casi trattati dal Garante milanese in base alle segnalazioni ricevute in questi tre anni, uno su quattro riguardavano proprio problemi di salute tra le sbarre. Se a ciò si aggiunge la presenza, nei penitenziari della Regione, di un certo numero di detenuti non capaci di intendere e di volere destinati alle Rems (le residenze che hanno istituito gli ospedali psichiatrici) che però sono sempre piene, si comprende meglio l’esplosiva realtà delle celle.
Poi il quotidiano, drammatico, bollettino dei suicidi; gli ultimi: a Bari un trentenne si impicca nella sezione psichiatrica dopo qualche ora dall’arresto; a Parla un detenuto muore in arresa della semilibertà perduta per un errore giudiziario; a Como un trentottenne si toglie la vita, era stato arrestato lo scorso aprile; un altro suicidio nel carcere di Genova; un elenco interminabile. Se non è un’emergenza questa.










