Dire.it, 12 marzo 2020
In una nota congiunta, i cappellani delle carceri del Provveditorato di Emilia-Romagna si rivolgono a persone detenute, agenti e amministrazioni: "La gravità della situazione non richiede necessariamente un di più di violenza, ma certamente un di più di coscienza"
"Questo vi darà occasione di rendere testimonianza". È l'invito che Gesù ci rivolge quando è in causa la nostra vita e la vita dei nostri cari. Sono parole che vogliamo condividere". Comincia così la nota congiunta dei cappellani delle carceri dell'Emilia-Romagna e Marche in merito alle rivolte in molte delle carceri delle due regioni (il Provveditorato di riferimento è Emilia-Romagna - Marche).
"Le condividiamo in comunione con le comunità che presiediamo in carcere, condividendo con loro una doppia condizione di restrizione. Già privati della libertà, ci vediamo privati anche di ciò che rende la carcerazione meno opprimente come i colloqui, i laboratori, le attività, l'incontro con i volontari così come le attività religiose. Lo facciamo in solidarietà con gli operatori del carcere, chiamati a gestire tensioni che si accumulano e rischi che si moltiplicano.
I cappellani, di fronte dalla drammatica situazione di crisi, affermano di continuare a credere "nella via del dialogo e della mediazione. Non perché sia la via più facile, ma perché è l'unica. Non perché senz'altro disponibile, ma perché indispensabile".
"L'uso della violenza, mai giustificato, rifiutato dalla maggioranza dei detenuti e degli operatori, è stato ritenuto uno strumento inevitabile - continuano -. Questo ci dà l'occasione di rendere testimonianza alla necessità del dialogo e dell'incontro. La gravità della situazione non richiede necessariamente un di più di violenza, ma certamente un di più di coscienza. Il chiuso del carcere richiede apertura delle menti e dei cuori".
Poi un riferimento all'emergenza sanitaria: "Mentre siamo tutti unitamente intenti a combattere il virus che colpisce i polmoni, vogliamo allearci per contrastare ogni virus maligno che colpisce il cuore e annebbia la mente. È il tempo della forza, non della violenza. È il tempo della testimonianza. È il tempo della speranza, non dell'illusione. È il tempo dell'alleanza.
La Parola di Dio e la storia degli uomini ci insegnano che le alleanze reggono in virtù di regole alle quali ci si educa e ripetutamente ci si converte. La prima delle quali è: 'Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a tè. Uno contro l'altro è illusione, insieme è speranza. È il tempo della carità, non della vendetta. È il tempo della giustizia. È il tempo di accettare la sentenza umana per uscire dal carcere migliori. È il tempo di dar corso alla sentenza testimoniando che il fine ultimo di ogni pena, di ogni misura, di ogni intervento è l'uomo, al di là dell'aggettivo colpevole".










