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di Andrena Baccaro

Corriere di Bologna, 30 dicembre 2025

L’intervista al Garante regionale dei detenuti Roberto Cavalieri: “A Natale istituti abbandonati. Sempre più giovani in carcere perché non hanno una casa. I telefoni? Chiediamoci chi li fa entrare”. Il Garante regionale dei detenuti Roberto Cavalieri in questi giorni di festività è impegnato a girare le carceri dell’Emilia Romagna: “Ci sono 4mila detenuti, più della metà stranieri, molti giovani ma spesso stanno in carcere per reati comuni e perché non hanno una casa dove scontare i domiciliari. Bisogna combattere la povertà”.

“Durante le festività il carcere resta ancora più isolato: aumentano gli atti di autolesionismo, la solitudine, la distanza, i ricordi e l’assenza di affettività giocano brutti scherzi. Su questo versante ci sarebbe da cambiare molto: il volontariato non dovrebbe fermarsi nei giorni festivi, ad esempio, la solidarietà non dovrebbe esistere solo nei giorni feriali, anche se complesso. Ma il carcere è una comunità che funziona 24 ore su 24 365 giorni all’anno: anche l’anno scolastico dovrebbe durare dal 1° gennaio al 31 dicembre”.

Roberto Cavalieri, garante regionale dei detenuti, parla al telefono tra una visita e l’altra agli istituti penitenziari dell’Emilia-Romagna. In questi giorni in cui il mondo fuori si ferma per celebrare il Natale, chi è recluso, in condizioni che in tutte le carceri della Penisola ormai hanno poco a che fare con il fine rieducativo della pena a causa di sovraffollamento, inadeguatezza delle strutture e dei trattamenti, si trova a scontare un surplus di pena. “Il giorno della Vigilia ho fatto colloqui per cinque ore - prosegue - a Santo Stefano dalle 21 a mezzanotte”.

 

Cavalieri, qual è l’istituto che in regione si trova nelle condizioni peggiori?

“Sono appena stato nel carcere di Parma, che ha presenze molto simili a quelle di Bologna (773 detenuti su 628 posti disponibili, ndr), con la differenza che a Parma abbiamo i 41 bis e l’Alta sicurezza, quindi è un carcere più complesso da gestire. Ma Parma e Bologna insieme ospitano quasi la metà dei detenuti in Emilia-Romagna. A Parma c’è una presenza importante di persone con tossicodipendenza e disagi psichici. E poi c’è un fenomeno da non sottovalutare che è l’aumento spropositato della detenzione di stranieri molto giovani. Il 24 dicembre ho incontrato una persona del 2006. Si tratta di giovani reclusi per reati comuni, che non possono ottenere gli arresti domiciliari perché non hanno una casa e che portano con sé una serie di problematiche, perché hanno fatto una vita fuori complessa, oltre le regole, spesso sono consumatori di crack, inclini all’autolesionismo, alle aggressioni, manipolabili dai più adulti. Ci sono problemi importanti di sicurezza nel carcere di Parma, recentemente infatti è stato intercettato un drone che portava telefonini all’interno. È praticamente una pentola a pressione”.

 

Il giorno della Vigilia, durante una visita, il segretario dei Radicali italiani Filippo Blengino ha ricevuto da un detenuto della Dozza di Bologna una lettera indirizzata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella…

“Penso che le visite istituzionali, oltre che denunciare il sovraffollamento, dovrebbero soffermarsi anche sul perché non vengano attivate possibili soluzioni, come il contrasto alla povertà: ci sono troppi poveri in carcere. C’è bisogno di sigarette, di alimenti, di vestiti, del necessario per l’igiene. E poi bisogna chiedersi come mai ragazzi di 18 - 19 anni sono in carcere perché non hanno un domicilio. Molti hanno commesso furti di cibo. I fenomeni vanno letti in modo più preciso. Non è possibile che stia in carcere chi ha rubato del cibo. Anche perché magari entri perché sei povero ma poi impari logiche di crimine più evoluto. Purtroppo le attività trattamentali non sono mai concorrenziali rispetto alle relazioni con i detenuti, stanno più tempo tra di loro che con un educatore. Ecco, un politico dovrebbe chiedere quante ore di trattamento hanno a testa i detenuti? E poi bisogna osservare che oggi su 4000 detenuti in regione gli stranieri hanno superato gli italiani. La pubblica amministrazione dovrebbe interrogarsi su quale sia il miglior trattamento in una sezione in cui sono tutti magrebini ma non c’è un operatore che parli arabo, non c’è un canale televisivo in arabo, non c’è neanche il cibo adeguato”.

 

E poi c’è il problema dei telefonini che continuano ad essere sequestrati in cella...

“È un problema enorme e bisogna chiedersi come entrano in carcere: possibile solo con i droni? Ci vorrebbe un atto di trasparenza da parte del Dap e del ministero della Giustizia: sapere quali e quanti sono i reati che commettono le persone alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. Fare un comunicato per dire “abbiamo sequestrato uno o dieci telefonini” non basta, bisogna leggere un fenomeno perché questo non succede solo in un carcere. la mia non è un’accusa alla Penitenziaria, ma se c’è un fenomeno allora c’è bisogno di indagini, di intelligence, capire chi porta dentro i telefoni. Dobbiamo assumerci tutti la responsabilità”.