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di Monica Ricci Sargentini

 

Corriere della Sera, 7 maggio 2019

 

Una donazione alle famiglie siriane rifugiate negli Emirati Arabi le è costata una condanna a 10 anni di carcere e ora anche la vita. È morta domenica scorsa Alia Abdulnoor nonostante due mesi fa l'Onu avesse lanciato un appello per la sua liberazione: "La signora Abdulnour - si legge nell'appello - è soggetta a un trattamento disumano e degradante. È costretta a stare in una stanza senza finestre, incatenata al letto e piantonata dalle guardie. Siamo molto preoccupati per la integrità fisica e morale".

La donna era stata arrestata il 28 luglio 2015 con l'accusa di "finanziare il terrorismo" mentre aveva semplicemente aiutato a raccogliere fondi per le famiglie siriane negli Emirati. Dopo l'arresto è stata tenuta in isolamento per sei mesi e sottoposta a minacce, umiliazioni fisiche e psicologiche. Alla fine ha firmato una confessione estorta sotto tortura.

"Vogliamo ricordare agli Emirati Arabi Uniti che la tortura e i maltrattamenti sono proibiti universalmente e che ogni confessione estorta in questo modo non può essere usata come prova" ha sottolineato l'Onu. Nel 2017 Abdulnoor è stata condannata a 10 anni di prigione.

Da tempo le organizzazioni per i diritti umani e la famiglia della donna avevano accusato le autorità di negare alla detenuta le cure adeguate alla sua malattia e di impedirle di vedere la famiglia. All'ospedale di Tawam, dove era ricoverata, hanno sostenuto che la prigioniera aveva rifiutato la chemioterapia mentre per la famiglia la donna era stata costretta a firmare il documento.