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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 26 settembre 2025

Mercoledì scorso un altro detenuto ha scelto di togliersi la vita nelle carceri italiane. Il 62esimo suicidio dell’anno, una cifra che fa tremare le vene ai polsi e che arriva a soli tre giorni di distanza dall’ennesima tragedia: il 21 settembre, nel carcere di Capanne a Perugia, una detenuta italiana di 30 anni, originaria di Taranto e con disturbi psichiatrici, si era impiccata nella sua cella. Due morti in 72 ore. Due vite spezzate che si aggiungono a un elenco già troppo lungo, mentre dalle istituzioni arriva solo il silenzio assordante di chi dovrebbe intervenire. Gennarino De Fazio, segretario generale della UilPa Polizia Penitenziaria, non usa mezzi termini: “Siamo al 62esimo recluso che si toglie la vita nel corso dell’anno, cui bisogna aggiungere un internato in una Rems e 3 operatori”. 

Un bollettino di guerra che racconta di un sistema al collasso, dove a morire non sono solo i detenuti, ma anche chi dovrebbe vigilare su di loro. Una mappa del dolore lunga nove mesi I numeri raccolti dalla redazione di Ristretti Orizzonti disegnano una geografia del dolore che attraversa tutta l’Italia. Dal 3 gennaio, quando Ibrahim Khaled Salem, 26 anni, si è impiccato nel carcere di Firenze Sollicciano, fino all’ultimo caso di Perugia, il 2025 si sta rivelando un anno drammatico per il sistema penitenziario italiano. Scorrendo l’elenco dei 62 suicidi emerge un dato che colpisce immediatamente: l’impiccamento è il metodo più utilizzato, scelto in 56 casi su 62. Un dato che dice molto sulle condizioni delle celle, dove lenzuola, coperte o vestiti diventano strumenti di morte. Solo in sei casi si registrano modalità diverse: due si sono buttati, due casi di asfissia da gas, un dissanguamento e un soffocamento.

L’età media delle vittime si aggira intorno ai 40 anni, ma il range è drammaticamente ampio: si va dai 17 anni di Danilo Rihai, morto nel carcere minorile di Treviso il 13 agosto, ai 70 anni di Lucio Saggio, che si è tolto la vita nel carcere di Genova Marassi il 23 marzo. Un dato, quest’ultimo, che fotografa come il sistema penitenziario italiano non riesca a gestire neanche le fragilità legate all’età. Rebibbia, epicentro della disperazione.

Alcuni istituti penitenziari emergono come veri e propri epicentri di questa tragedia. A Roma, c’è il carcere di Rebibbia che guida questa classifica del dolore con quattro suicidi: Flavio Evangelista (41 anni, 6 settembre), Daniela Zucconelli (52 anni, 4 settembre), Maurizio Di Battista (54 anni, 19 luglio) e Gianluca Bennato (56 anni, 19 aprile). Quattro vite spezzate nello stesso istituto, quattro storie di disperazione che si consumano nella più grande casa di reclusione d’Europa. Non va meglio negli altri grandi centri penitenziari. Firenze Sollicciano conta tre suicidi, così come Cagliari, Napoli Poggioreale e Barcellona Pozzo di Gotto. Una distribuzione geografica che non risparmia nessuna regione, dal Nord al Sud, dalle isole alle metropoli. Un altro dato emerge con forza dall’analisi dei casi: il 40% dei suicidi riguarda detenuti stranieri. Tunisini, romeni, marocchini, libici: persone che alla sofferenza della carcerazione aggiungono l’isolamento culturale e linguistico, la lontananza dalla famiglia, spesso l’impossibilità di comunicare efficacemente con il personale penitenziario. Hashem El Sai, 25 anni, si è impiccato a Pescara il 17 febbraio. Osmane Boussahab, 29 anni, ha fatto la stessa scelta a Monza l’ 11 luglio. Said Talazouga, 22 anni, è morto a Milano San Vittore il 24 giugno.

Storie di giovani vite che si spezzano lontano dalla terra natia, in un sistema che evidentemente non riesce a offrire loro né speranza né sostegno. Un sistema che uccide anche chi lo serve Ma il dramma non si consuma solo tra i detenuti. Come sottolinea De Fazio, quest’anno si sono tolti la vita anche tre operatori penitenziari, vittime di un sistema che “per mano del dicastero della giustizia continua a mostrarsi patrigno e caporale”. Carichi di lavoro disumani, turni che arrivano fino a 26 ore continuative, 2.500 aggressioni subite dall’inizio dell’anno: anche per chi dovrebbe garantire la sicurezza, il carcere è diventato un inferno. Gli agenti di polizia penitenziaria “espiano le pene dell’inferno per la sola colpa di essere al servizio del Paese”, denuncia il sindacalista. Una situazione che mette in luce come la crisi del sistema penitenziario non risparmi nessuno, creando vittime su entrambi i lati delle sbarre. Il mese di settembre si è rivelato particolarmente drammatico. Prima dell’ultimo suicidio, sono sei le vite spezzate in meno di quattro settimane: la detenuta di Perugia del 21 settembre, Elena, una romena di 26 anni morta a Sollicciano il 7 settembre, Flavio Evangelista e Daniela Zucconelli a Rebibbia rispettivamente il 6 e il 4 settembre. Un’escalation che ha portato il numero totale dei suicidi a quota 62 (più un internato a una Rems, confermando un trend drammatico che attraversa tutto l’anno. Di fronte a questi numeri, le parole di De Fazio suonano come un atto d’accusa: “Mentre al Ministero della Giustizia e al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria si esercitano nel pestare l’acqua nel mortaio, nelle carceri si continua a soffrire, più del necessario, e a morire”.

Il riferimento al “pestare l’acqua nel mortaio” fotografa l’inefficacia delle politiche messe in campo dalle istituzioni. Nonostante gli annunci, le commissioni, le promesse, il sistema penitenziario italiano continua a produrre morte e sofferenza a ritmi insostenibili. I detenuti, secondo De Fazio, “subiscono una carcerazione non rispettosa di elementari principi di civiltà”. Una denuncia che trova conferma nei numeri: 62 suicidi in nove mesi significano una media di quasi sette morti al mese, più di una alla settimana. Un tasso che pone l’Italia tra i paesi europei con i più alti livelli di suicidi in carcere. La Costituzione italiana, all’articolo 27, stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Ma i dati di Ristretti Orizzonti raccontano una realtà ben diversa, dove il carcere sembra essere diventato un luogo di disperazione piuttosto che di recupero. Il prezzo di un sistema al collasso Dietro ogni nome nell’elenco di Ristretti Orizzonti c’è una storia spezzata, una famiglia distrutta, un fallimento del sistema. Andrea Paltrinieri, 49 anni, si è asfissiato con il gas nella sua cella di Modena il 7 gennaio. Francesca Brandoli, 52 anni, si è impiccata a Milano Bollate il 30 marzo. Danilo Rihai aveva solo 17 anni quando ha scelto di morire nel carcere minorile di Treviso. Ogni caso rappresenta una sconfitta collettiva, un monito per una società che sembra aver dimenticato che anche chi sbaglia mantiene il diritto fondamentale alla vita e alla speranza di redenzione.

I 62 suicidi del 2025 non sono solo statistiche: sono il grido disperato di un sistema che ha urgente bisogno di essere ripensato dalle fondamenta. Serve un intervento immediato e strutturale che restituisca dignità umana a chi vive dietro le sbarre e a chi le custodisce. Ancora è rimasta lettera morta l’iniziativa intrapresa dal presidente del senato Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia. Il parlamento ancora non affronta la proposta di liberazione anticipata speciale. Il fallimento della politica edilizia è evidente. La promessa di far uscire almeno coloro che hanno meno di un anno di pena da espiare, rimane tuttora vana.