di Francesco Crippa
vita.it, 20 marzo 2026
Dalla collaborazione tra la Fondazione Francesca Rava e otto istituti penitenziari nasce l’opera “Cercare Raffaello in carcere”, progetto di risocializzazione che trasforma la pena in progetto: quando il talento diventa lo strumento per abbattere le mura dell’isolamento. Antonio Sangermano, capo del dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità: “L’efficienza del sistema carcerario è nulla senza l’umanità”. “Quest’opera è nata entrando nel Cartone a cui si ispira. Dico “entrando” perché nella Scuola di Atene c’è una figura di bianco vestita che attira l’attenzione, perché è l’unica, insieme all’autoritratto di Raffaello, che guarda fuori, verso l’esterno.
Mi piace pensare che voglia dire all’osservatore: “Entra anche tu nella Scuola di Atene, partecipa anche tu a questa fucina del bello che è l’arte”. Ecco, in questa nuova opera sono in tanti a guardare verso l’esterno: ci interpellano, ci invitano a entrare nella loro esperienza”. La “nuova opera” di cui parla monsignor Marco Navoni, prefetto della Veneranda biblioteca ambrosiana, è Cercare Raffaello in carcere, un arazzo ispirato al Cartone preparatorio della Scuola di Atene e realizzato da 100 detenuti di otto carceri italiane.
L’opera - un arazzo di otto metri per tre - è una reinterpretazione di Raffaello in cui ciascun detenuto ha cercato i propri riferimenti. C’è chi ha deciso di fare un autoritratto, chi ha disegnato Marco Pannella, chi Rosa Parks. Qualcuno ha scelto Snoop Dogg, altri Homer Simpson, qualcuno lo pneumatico di un camion, in cui molte persone, spesso migranti, viaggiano raggomitolati per passare confini nazionali. Un’esperienza concreta di rivitalizzazione e scoperta di sé attraverso l’arte, nata nell’ambito del progetto Orizzonti della Fondazione Francesca Rava (con il sostegno di Mediobanca) e di un laboratorio artistico ideato e realizzato dall’artista Mattia Cavanna.
La presentazione dell’opera, ieri alla Biblioteca ambrosiana, è stata anche l’occasione per un confronto sul valore dell’arte nei percorsi educativi dei giovani e degli adulti autori (o presunti) di reato. “L’arte si presta a tante interpretazioni”, ha proposto monsignor Alberto Rocca, direttore della Pinacoteca ambrosiana. “Secondo me, la figura bianca della Scuola di Atene non guarda lo spettatore, ma il dipinto che ha di fronte nella Stanza della Segnatura, cioè un affresco che rappresenta la teologia. Come a dire: ha imparato e capito tutto quello che c’era da capire nella Scuola, ma per capire perché è al mondo ha bisogno di guardare oltre, verso la teologia”. È questo sguardo, questo “guardare oltre”, secondo lui, che i protagonisti autori di Cercare Raffaello in carcere hanno voluto comunicare e che hanno sentito incontrando l’arte.
“Nelle carceri, l’esperienza artistica può avere un grande valore per far sì che non ci si limiti a pensare solo ai bisogni primari”, il commento delll’assessore al Welfare del Comune di Milano, Lamberto Bertolé, che ha indicato come un esempio positivo della necessità di implementare la realizzazione di luoghi e percorsi per pene alternative al carcere. “Il carcere è una realtà complessa che intreccia la realtà degli autori di reato o presunti tali con le infrazioni sociali che le loro azioni comportano”, ha sottolineato Antonio Sangermano, capo del dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità del ministero della Giustizia. Così, si intrecciano diversi temi: il dolore della vittima, l’espiazione di chi è in carcere, ma anche i temi di sicurezza e trattamento. Il primo perché il carcere è una struttura chiusa, da cui non si può uscire. Il secondo perché è ciò che dà sostanza all’art. 27 della Costituzione: “Senza l’attività trattamentale, la pena sarebbe una costudita passiva e quindi inutile. Invece, lo scopo della pena è produrre programmaticamente un effetto positivo, di risocializzazione, di riavvio della persona su un percorso di futuro”, ha richiamato Sangermano. “L’efficienza - ha ammonito - è nulla senza umanità”. Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche.
Respingendo come pure fantasie le idee di chi vorrebbe abolire le carceri - “finché esisterà il male sarà inevitabile la loro esistenza” - Sangermano ha però ribadito che gli istituti di pena minorili “devono essere residualizzati e umanizzati al massimo, trasformandoli in un punto di passaggio”. In questo, Cercare Raffaello in carcere è “un’opera straordinaria perché consente ai detenuti di vedere quali effetti possa produrre il proprio talento quando viene messo in gioco. Realizzare qualcosa attraverso l’arte è una forma di risocializzazione incredibile, significa far uscire il detenuto dal carcere non virtualmente, ma mentalmente, proiettandolo in una dimensione progettuale in cui la consapevolezza di sé dà speranza e aiuta a costruire un progetto”, ha puntualizzato Sangermano.
È questo tipo di esperienza individuale che Fondazione Rava cerca di promuovere attraverso il progetto Orizzonti attivo presso 8 istituti penali per i minorenni, la Casa circondariale di San Vittore di Milano e la Casa di reclusione femminile della Giudecca di Venezia. Nato nell’ambito di Palla al Centro, inizialmente attivo esclusivamente all’ipm Cesare Beccaria di Milano, offre ai giovani detenuti opportunità concrete di inclusione, attraverso attività educative e formative, laboratori artistici e percorsi di reinserimento sociale e lavorativo, con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità sul disagio giovanile e costruire un ponte tra il “dentro” e il “fuori” del carcere. “A me - ha detto Mariavittoria Rava, presidente della Fondazione - la figura bianca della Scuola di Atene ha dato l’impressione di voler creare un ponte, appunto come il nostro progetto”. Nell’opera di Raffaello, è un ponte tra dipinto e osservatore, mentre nella reinterpretazione è tra il mondo dei detenuti e quello a cui chiedono di essere ascoltati, capiti, accolti.
Per Maria Pitaniello, direttrice della Casa circondariale di San Vittore di Milano, per i detenuti spesso “avvicinarsi a personaggi della cultura e della storia e poter guardare dentro di sé attraverso un lavoro introspezione, come avvenuto con Cercare Raffaello in carcere - é una bella sperimentazione”, perché spesso vengono da contesti poveri in cui è facile che non abbiano avuto l’occasione per farla prima. Per questo, ha detto, “abbiamo l’obbligo di offrire opportunità trattamentali, innanzitutto per alimentare la loro capacità di conoscere strumenti diversi rispetto alla vita e alle scelte che hanno fatto fino a quel momento”.
Per Luigi Pagano, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano, bisogna “pensare a qualcosa di diverso dal carcere. I percorsi di pena alternativa costano meno e rendono di più”, ha rimarcato. La sfida è rendere sistemiche e replicabili esperienze come quella che ha portato 100 detenuti a esporre un’opera alla Biblioteca ambrosiana: “Ma come si fa, se nelle carceri mancano 20mila posti, se la tendenza non è ad aprire le carceri ma a renderle più chiuse? Come si fa a reinserire una persona se la si isola? È un ossimoro”, ha concluso.










