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di Silvia Bombino

Vanity Fair, 11 dicembre 2024

Sovraffollamento, edifici fatiscenti, psicofarmaci, suicidi. La senatrice Ilaria Cucchi ci accompagna in uno spaventoso viaggio nelle carceri italiane. Delle soluzioni ci sarebbero. Ma chi le vuole? Il primo agosto Ilaria Cucchi ha letto in Senato i nomi di tutti i 67 carcerati e agenti carcerari che si erano tolti la vita dall’inizio dell’anno. Un elenco durato tre minuti, con la voce rotta, che ha fatto il giro dei social. È servito a smuovere qualcosa? Chiedo. “Nulla”, risponde sicura. Cucchi conduce da 15 anni una battaglia fuori e dentro i tribunali per la verità sul fratello Stefano, morto mentre era detenuto nell’ottobre del 2009, ed è entrata in Parlamento nell’ottobre 2022 dopo essere stata candidata come indipendente nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra: da subito ha iniziato a ispezionare le prigioni dello Stato. Quel giorno, in Senato, si votava per il decreto Nordio sulle carceri, i 67 nomi erano “i 67 motivi” per cui Cucchi votava “no”.

Quante visite alle carceri ha fatto, dall’inizio del suo mandato da senatrice?

“Tante, direi una trentina”.

È andata in tutti i posti dove voleva andare?

“No, c’è ancora molto da vedere. Sono andata nelle carceri, nelle carceri minorili, come Casal del Marmo, a Roma, sono andata in due Cpr (centri di permanenza per i rimpatri, ndr) tra i migranti”.

Perché fa queste visite?

“Come prevede l’ordinamento penitenziario, ai parlamentari è concesso di piombare in carcere senza autorizzazione e a sorpresa, in funzione preventiva, per constatare con i propri occhi le condizioni dei detenuti. Arrivo, mostro la carta di identità e chiedo di entrare per l’ispezione. Ho iniziato subito: le faccio per vedere quello di cui si sente poco e male parlare. Le faccio per portare anche un po’ di realtà esterna dietro quelle sbarre e anche un po’ di speranza ai detenuti, ma non solo. Le faccio perché nel momento in cui si parla di qualcosa, bisogna conoscerla: e il problema del carcere è un mondo che parte dal detenuto, ma che poi arriva a toccare gli agenti di polizia penitenziaria, operatori, medici, infermieri, psicologi”.

Qual è il problema che ha riscontrato ovunque?

“Il sovraffollamento, che rende ancora più disumane, se possibile, le condizioni dei detenuti”.

Per l’associazione Antigone quattro carceri su cinque, l’80 per cento, sono sovraffollate...

“Io ho cambiato le città ma questa criticità c’era sempre. Poi bisogna anche capire le condizioni di manutenzione - disastrose - dei luoghi, che la dicono lunga su quanto poco valore si dia alla qualità della vita del detenuto, ma anche di coloro che sono costretti ad andarci tutti i giorni per lavorare. Altro tema è il sottodimensionamento del personale, unito anche alla mancanza assoluta di formazione adeguata. La sa una cosa paradossale?”.

Dica...

“Io che per anni sono stata, diciamo, indicata come il “partito anti-polizia” per la vicenda di mio fratello Stefano poi per la mia iniziativa parlamentare (è promotrice del disegno di legge “Disposizioni in materia di bodycam e identificazione del personale delle Forze di polizia in servizio di ordine pubblico”, ndr) sono quella che invece entrando in carcere è stata accolta a braccia aperte. Alla mia prima ispezione, a Villa Fastiggi, a Pesaro, ero sola ed ero anche un po’ intimorita. Invece gli agenti stessi mi hanno accolta come se mi stessero aspettando, come se avessero bisogno di qualcuno a cui raccontare le condizioni difficilissime in cui si trovano a svolgere il loro lavoro. Alla fine vittime del sistema carceri sono sia gli uni che gli altri, sebbene poi nell’immaginario collettivo vengono descritti gli uni contro gli altri”.

Le recenti notizie delle torture nel penitenziario di Trapani però gettano una luce buia sulla polizia penitenziaria...

“Certo, come era successo durante il lockdown nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere, la cosiddetta “mattanza”. Fortunatamente a volte le telecamere ci sono e funzionano, i carabinieri fanno un ottimo lavoro e c’è un magistrato capace, onesto e determinato. Sono consapevole che il loro mestiere sia tutt’altro che semplice, e che la stragrande maggioranza degli agenti di polizia penitenziaria, come in generale delle forze dell’ordine, è fatta di persone oneste che svolgono il loro lavoro con grande rispetto del ruolo che rivestono. Ma la violenza non si può tollerare”.

Casi isolati quindi?

“Sono altrettanto consapevole che ogni qualvolta si verificano questi fatti e a noi piacerebbe parlare di “mele marce”, molto spesso ci troviamo con i colleghi dei presunti colpevoli che sono tutti pronti a difenderli”.

Ha mai trovato un carcere virtuoso, o migliore degli altri?

“No, come non ho trovato un posto peggiore. I problemi sono gli stessi: dalla mancanza di acqua calda alle infiltrazioni di umidità, dai detenuti che sono costretti a condividere la stessa cella piccolissima in quattro all’assenza di corsi di formazione. Perché non dobbiamo dimenticare che il carcere ha sì uno scopo punitivo ma d’altra parte, almeno se non cambiamo la Costituzione, anche rieducativo”.

Con che stato d’animo entra e come esce dal carcere, ogni volta?

“Non ci si abitua mai. Entro preoccupata di quello che troverò, ed esco letteralmente sconvolta da quello che trovo. Adesso ne esco anche con un grande senso di frustrazione, perché se da un lato tutti noi che facciamo le ispezioni in carcere ne parliamo e abbiamo la sensazione che potenzialmente la situazione stia migliorando, ogni volta che esci ti sembra che tutto quello che hai fatto è stato perfettamente inutile. E non mi riferisco soltanto per questi ultimi anni da parlamentare, ma anche alla battaglia che porto avanti da 15 anni”.

Perché della vita dei detenuti non importa a nessuno?

“C’è una rimozione, ha notato che spesso gli istituti di pena sono ubicati lontano dal centro urbano? Se non vedo una cosa è come se non esistesse. Non interessa soprattutto perché i carcerati rientrano nella categoria dei cosiddetti “ultimi” e noi abbiamo un enorme problema culturale: quando si attraversano dei periodi di crisi, di difficoltà, come quello che sta attraversando il nostro Paese, si fa sentire l’esigenza di trovare in qualcun altro il capro espiatorio di tutti i nostri mali, e normalmente quel qualcuno rientra appunto nella categoria degli “ultimi”, tra cui ci sono i detenuti, o i migranti, per esempio”.

Tra gli “ultimi” ci sono anche le persone con problemi di salute mentale...

“Ha toccato un tasto importante. Quando si parla di sovraffollamento teniamo a mente che una buona parte dei detenuti che sono in carcere non ci dovrebbero proprio stare, e tra questi ci sono appunto detenuti affetti da problemi di tipo psichiatrico, una buona percentuale. Alcuni entrano affetti da patologie, altri lo diventano nel corso della detenzione. Viene fatto un uso spropositato di psicofarmaci, per tenerli buoni. Ma mi viene anche detto eh? Non è nulla di segreto”.

Tranquillanti che li spengono...

“Il termine che usa è preciso: li spengono. Ed è l’impressione che ti danno molti detenuti e molti “ospiti dei Cpr”, spenti per non pensare. D’altra parte passare 24 ore senza fare nulla… Il concetto è: siccome hanno sbagliato, devono soffrire. Ma dico sempre: a meno che non li ammazziamo tutti, prima o poi dovranno tornare nella nostra società, no?”.