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di Andrea Galli

Corriere della Sera, 17 giugno 2026

L’avvocato Raffaele della Valle: “La sua tragedia dovrebbe lasciare una lezione, per condannare qualcuno servono le prove...” Fabrizio Gifuni, che lo ha interpretato nella miniserie “Portobello”: “La parte più difficile? Lo stupore nei suoi occhi quella notte”. L’indomani, il 19 giugno, la cattura di quest’ultimo. Da lui iniziamo per narrare una delle storie più immonde d’Italia, la persecuzione ottusa e vile e di casta della magistratura ai danni per appunto di Tortora, registrato all’anagrafe di Genova, la città dove nacque nel 1928, come Enzo Claudio Marcello, autore e conduttore televisivo e radiofonico, giornalista, attore, e soprattutto guida della trasmissione “Portobello”, su Rai 2, che trainò addirittura fino al 46 per cento di share, ovvero ventisette milioni di telespettatori. Un uomo di successo, invidiato. 

Ma Pandico, dicevamo: oggi 81enne, quel 18 giugno 1970 entrò armato di una pistola nel Comune di Liveri di Nola, suo paese, una piccola comunità di 1.400 persone in provincia di Napoli, uccise un impiegato e un vigile per protestare contro la mancata consegna del certificato di residenza; i carabinieri lo presero in un casolare. Fin lì Pandico aveva provato ad ammazzare la madre, il padre, la fidanzata. Aveva incendiato una caserma dei carabinieri. Nei manicomi, che aveva frequentato in abbondanza, l’avevano definito “paranoico, schizoide, dotato di una personalità aggressiva fortemente condizionata da mania di protagonismo”.

Infatti. Detenuto nel penitenziario di Ascoli, si mise a fare il servitore/segretario/cameriere/scrivano per un balordo fra i balordi, quel sanguinario Raffaele Cutolo (1941-2021) capo della Nuova camorra organizzata, la Nco. Quando si dissociò dalla stessa Nco, cui si era presto affiliato, e iniziò a collaborare coi magistrati, Pandico si mise a inventare nomi. Fra questi, quello di Tortora. Inserito in un elenco di camorristi. Anzi, proprio “camorrista ad honorem”. Tortora: il nominativo più famoso, clamoroso, mediatico, dell’operazione senza precedenti della Procura di Napoli contro la camorra, sostituti procuratori Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, quasi novecento mandati di cattura, una colossale farsa come poi tragicamente venne dimostrato nel corso dei processi, anche se soltanto dopo, molto dopo, essendo stata costruita sulle presunte verità dei pentiti. Pentiti come Pandico. Pentiti come l’assassino seriale - mai accertato il numero esatto dei morti ammazzati, forse sessanta, forse settanta, forse oltre - Pasquale Barra (1942-2015), un altro essere demoniaco dissociatosi dalla Nuova camorra organizzata, un altro che buttò lì Tortora quale camorrista.

Come ci ricorda in un libro da leggere e rileggere, da studiare e mandare a memoria, impressionante cronistoria com’è di questo povero Paese, Vittorio Pezzuto (“Applausi e sputi, le due vite di Enzo Tortora”, edito da Piemme), Barra se ne uscì citando Tortora al quattordicesimo interrogatorio, santo cielo, il quattordicesimo interrogatorio!; altresì angosciante, e scusate per la presenza diffusa di aggettivi, la sorta di rassegna stampa che compare nel volume di Pezzuto, un elenco di quanto i cronisti, taluni anche di grido, presentando rarissime eccezioni (si ricordi fin da subito Enzo Biagi), insomma pressoché pari a zero, andarono come pecore dietro i magistrati, non sollevando dubbi, nessuna domanda, nessun interrogativo, nessun esame (obbligatorio) di morale e deontologia, nessun dibattito interno ai giornali nelle redazioni, purtroppo nessuno - davvero nessuno - escluso, tutti quanti colpevolisti, tutti quanti schierati contro il medesimo Tortora, tutti quanti a vergare paginate schifose, tutti insieme come pecore, e viene sincera e prolungata vergogna a rileggerli, quei pezzi, dei grandi colleghi accecati, l’Ordine dei giornalistiche nulla fece, la categoria compatta, una vergogna pura, inclusi i giornalisti televisivi, e quelli della radio. Terribile. 

Tortora aveva residenza qua a Milano, nella centrale via dei Piatti, quel 17 giugno era però a Roma, dormiva all’hotel Plaza, ed erano le quattro di notte. In media, la fascia oraria tra le quattro e le cinque è quella dove il sonno è più profondo, la sensazione di spaesamento più marcata nel caso d’una sveglia improvvisa e traumatica, c’è confusione, c’è straniamento acuto: i carabinieri, e anche i carabinieri in questa vicenda ne escono male, malissimo, nelle indagini e nella gestione generale, talvolta anche nel comportamento, in educazione, in rispetto, svegliarono Tortora con l’ordine d’arresto per non precisati motivi, lo trasferirono in caserma, lo fecero uscire giusto dopo aver avvisato i cronisti, a tradimento, affinché lo vedessero ammanettato, lo fotografassero, lo riprendessero. Altro schifo pesante, altro sporco. Magistrati, giornalisti, e pure i carabinieri. 

Originario di Acqui Terme, in provincia di Alessandria, figlio d’una donna pavese e un uomo napoletano, peraltro magistrato, l’avvocato Raffaele della Valle ricorda quella sequenza: “Erano tra le 4.52 e le 4.54. Suonò il telefono. Rispose mia moglie. Mi disse: “C’è Enzo. Ha la voce strana”. Enzo? Ci eravamo visti tre giorni prima, in un’udienza per diffamazione. Cosa poteva esser successo a Enzo a quell’ora? La sua voce era strana, come disse mia moglie; aggiungo io: strana e angosciata, strana angosciata e struggente. “Raffaele corri, corri!” mi ripeté Enzo. “Corri, vieni, mi stanno arrestando e non so perché! Corri!” M’implorò di salvarlo. Aveva una voce adesso struggente”.

L’avvocato Raffaele della Valle con Davide Mancini, l’attore che lo interpreta nella serie “Portobello” Nella miniserie televisiva in 6 puntate che ha debuttato a febbraio su Hbo Max, titolo “Portobello”, scritta e diretta da Marco Bellocchio, Enzo Tortora è interpretato da un al solito potente Fabrizio Gifuni. Pandico da Lino Musella, attore in prodigiosa crescita, mentre della Valle da Davide Mancini. Si è ritrovato, avvocato? “Ma certo, una prova solida, seria, bravo”. Fu un mastodontico errore giudiziario. “No, fu un errore originato da un orrore giudiziario. L’orrore giudiziario di piccoli uomini che non vollero riconoscere i propri sbagli continuando invece imperterriti. Non c’era nulla, nulla di nulla da addebitare a Enzo, e del resto perfino un bimbo, non dico un giovane studente, un bimbo, un bimbo non avrebbe costruito nessuna inchiesta su quelle basi improponibili… Eppure la magistratura si fece corpo unico, e nel corso degli anni qualcuno fece finanche carriera, non pochi per la verità, approdando al Consiglio superiore della magistratura… Lei pensi, e basta questo, che i pubblici ministeri si facevano chiamare “I Maradona del diritto”… Maradona del diritto... Maradona del diritto... I pubblici ministeri decidevano non incontrando ostacoli, comandavano, avevano la strada spianata, le porte aperte, tutto facile.

Io venivo a sapere delle novità delle indagini in edicola. Aprendo le prime pagine. Quella vicenda, quegli anni rimangono un monito imperituro su di un fondamento spesso trascurato: la presunzione d’innocenza di un indagato e insieme la verifica totale, a 360 gradi, in profondità, della fonte probatoria. Non basta accusare, bisogna dimostrarlo. Serve la prova… La prova che dev’essere cercata come si cercavano le pepite d’oro nei fiumi… Scandagliando, faticando, insistendo”.

Genera ansia, la miniserie. I suoi momenti clou, tipo ad esempio il confronto tra camorristi a lui ignoti e lo stesso Tortora. Un Tortora che grazie a Gifuni emerge nella sua pienezza. Ci dice lo stesso attore, donandoci frammenti del suo ingresso nel personaggio: “Il lavoro di preparazione è durato circa un anno. Come per altri personaggi affrontati prima, da Basaglia a Pippo Fava fino agli ultimi Moro e Comencini, sono partito da una fase di ricerca e immersione, fatta di libri, testimonianze, interviste, fotografie, registrazioni audio e video, per cercare un primo contatto con un uomo non così facile da decifrare; uno studio del contesto storico e, infine, della vicenda giudiziaria: un’altra matassa intricata difficile da sbrogliare”.

Un lento processo di “interiorizzazione che non va affrettato e che deve alla fine tradursi in corpo, respiro, emozioni. La cosa più difficile è stata cercare di tenere insieme tante facce di un unico prisma: la dimensione pubblica e quella privata, un uomo gentile ma spigoloso, con alcune urticanti e improvvise prese di posizione. E poi lo stupore dei suoi occhi che si allargavano sempre di più dopo l’arresto di quella notte, la compostezza dei suoi modi e quella rabbia che non riusciva più a trattenere”.