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di Liana Miella

 

La Repubblica, 25 marzo 2021

 

È stato l'attuale presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia a porre alla Corte costituzionale la questione. Nel 2019, dalla stessa Corte, era arrivata l'apertura sui permessi premio. Salvatore Borsellino: "Colpo di grazia a Falcone e a mio fratello Paolo dopo averli uccisi".

La Consulta deciderà dopo Pasqua sull'ergastolo "ostativo". Un tema che riapre ferite e riaccende l'antica polemica: tra chi sostiene che debba restare così com'è per non favorire in alcun modo i mafiosi e chi, all'opposto, vuole lasciare al giudice di sorveglianza un margine di giudizio, e quindi di libertà, nell'accogliere un'eventuale richiesta del condannato.

Durissime le parole del fratello di Paolo Borsellino: per il quale aprire a un alleggerimento di quella condanna al "fine pena mai" senza alcuna libera uscita se non dopo un pentimento significa "dare il colpo di grazia a Paolo e a Falcone dopo averli uccisi". Ed ancora: "Trent'anni dopo paghiamo la cambiale alla trattativa".

Lo schieramento vede, tra chi è contro qualsiasi "ritocco" all'ergastolo, politici come il leader della Lega Matteo Salvini, ma anche il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra, nonché i parlamentari di M5S. Anche l'ex pm di Palermo Nino Di Matteo in poche righe riassume così il suo punto di vista: "Poco alla volta, nel silenzio generale, si stanno realizzando alcuni degli obiettivi principali della campagna stragista del 1992-1994 con lo smantellamento del sistema complessivo di contrasto alle organizzazioni mafiose ideato e voluto da Giovanni Falcone".

È così? Non è così? Ma soprattutto: la Consulta sta effettivamente per cancellare l'ergastolo cosiddetto "ostativo", cioè quello che chiude in carcere un mafioso e gli permette di venirne fuori solo se decide di pentirsi e collaborare con lo Stato? A quel punto, sì, quel detenuto - secondo la legge Falcone del 1992 - può uscire perché la sua collaborazione viene interpretata come una definitiva rottura non solo con il suo passato, ma anche con il suo eventuale presente, cioè con i possibili e ulteriori contatti con i mafiosi.

La Consulta, al momento, non ha ancora deciso nulla. Nell'udienza pubblica con le parti ha ascoltato le diverse posizioni sul caso sollevato con un'ordinanza dalla Corte di Cassazione. E tra queste posizioni c'è anche quella dell'Avvocatura dello Stato, per bocca di Ettore Figliolia, che alla Corte ha proposto una soluzione, per così dire, di mezzo: che dovrebbe ancorarsi ad una interpretazione della legge, spiraglio finora mai previsto. L'avvocatura ipotizza quindi: di non dichiarare incostituzionale il no secco dell'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario (modificato nel 1992) alla "liberazione condizionale" in assenza del "pentimento" del mafioso, ma consentire che sia il giudice di sorveglianza, sempre dopo 26 anni già scontati, a valutare il percorso carcerario compiuto.

Una "sentenza interpretativa di rigetto", una decisione "costituzionalmente orientata", che metta nelle mani del giudice il destino del mafioso. Una decisione simile a quella che, con la sentenza numero 253 del 2019, la Corte ha già preso per i permessi premio. Concedendoli e mettendo nelle mani del giudice la decisione, a prescindere dalla collaborazione. Basta tornare a quella sentenza per ritrovare esattamente le stesse polemiche che si stanno ripetendo oggi. Il netto no dei magistrati antimafia, il no di M5S e dello stesso Guardasigilli Alfonso Bonafede, il no di Nicola Morra, il no del centrodestra.

Ma vogliamo capire realmente i termini della questione? A partire dai fatti. Dall'ordinanza della Cassazione del giugno 2020 che porta il problema sul tavolo della Consulta. A firmarla - e questa è solo una coincidenza - è Giuseppe Santalucia, oggi presidente dell'Associazione nazionale magistrati. Giudice, in quel caso, del collegio che ha ravvisato il problema giuridico e lo ha porta alla Corte. Ma Santalucia - che è stato il responsabile dell'ufficio legislativo di via Arenula con il Guardasigilli Andrea Orlando - era anche il presidente della sezione penale della Cassazione che il 20 novembre del 2018 aveva portato alla Consulta i dubbi di costituzionalità sull'esclusione dai permessi premio dei detenuti all'ergastolo ostativo che non collaboravano. In quel caso la Corte, appunto, rimise quel "potere" nelle mani del giudice di sorveglianza. Si scatenò un putiferio politico. Quello che, appunto, oggi si replica.