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di Alberto Sbardella*

Ristretti Orizzonti, 14 marzo 2025

Da maschio, da uomo, da medico... sono (ovviamente!) contro ogni discriminazione e forma di violenza nei confronti del genere femminile. Superata la sempre e comunque necessaria premessa, entriamo nel merito dell’argomento “femminicidio”. Questione diciamo subito, rischiosa e scivolosa, perché terreno assai delicato sul quale basta una parola di troppo o minimamente potenzialmente ambigua o altro, e si scatenano le reazioni più diverse. Ergastolo! Allora, signori, con onestà guardiamoci in faccia. Serve realismo. Siamo in un paese dove si discute da un lato (a torto o a ragione) sulla attualità e utilità (oltre che umanità) del fine pena mai (almeno sulla carta, quando non è esplicitamente di tipo ostativo) e dall’altro sulla mera logica dell’inasprimento delle pene, come risposta delle istituzioni. Già questa prima considerazione e premessa, pone delle questioni sulla utilità (non certo della adeguata opportunità) di condannare il reo con il massimo della pena.

Ma, siamo davvero sicuri che un tale comprensibile e giusto accanimento punitivo, sia la sola ed unica risposta al quesito iniziale? Immagino che già molti staranno pensando...eccolo, il solito intellettuale (pure psichiatra) che la prende alla larga e tira per le lunghe.

Invece no, perché credo che anche il mondo sanitario, nelle sue diverse professioni, possa e debba svolgere un ruolo chiave nella prevenzione, gestione e cura del fenomeno. Certo, non è cosa da poco, ma se pensiamo che sia tutto inutile e bastano le manette, allora chiudiamo tutto e andiamo a casa. Ovviamente il compito non spetta solo a noi sanitari. Ad esempio, della scuola ne vogliamo parlare? Che tipo di modello educativo propone agli alunni, sin dal primo giorno? Cultura, educazione, sensibilizzazione psicologica, modelli comportamentali, e tanto altro ancora. E poi, la famiglia, o almeno quello che resta. Cosa trasmette nei fatti e non nelle parole, la famiglia ai propri figli, maschi e anche femmine.

E ancora, vogliamo parlare del trash (leggi mondezza) che ci propinano (più che propongono) gran parte delle reti televisive. Cosa veicola la televisione tutta o quasi (che da anni ormai “forma” le menti delle persone) con molti dei suoi programmi? I grandi fratelli, o quei poveracci ex famosi sperduti su isole deserte, o perculati da conduttori, a dir poco volgarmente squallidi, che pensano di essere molto simpatici, deridendo donne (ma anche uomini) e proponendo immagini femminili di corpi fantastici al limite del reale, con sessualità (o sarebbe meglio dire genitalita’) sbattuta in faccia al mondo dei telespettatori passivi, esempio di mera squalifica e oggettivazione mercantile. Che cultura (?) passa e viene trasmette da questa immondizia? Chi guarda, che idea si fa del rapporto uomo/donna? Il rispetto e la tolleranza, che fine hanno fatto?

Attenzione, non sto dicendo che tutto ciò, neanche lontanamente, giustifica o spiega poi la violenza di genere. Sto solo ipotizzando che questo marciume, questa ignoranza, questa non curanza, questo sottobosco squallido e confondente, impedisce o mina profondamente la possibilità di sviluppare esseri umani con intelletto ed emozioni adeguate alla realtà, già di per sé assai difficile, del rapporto tra i sessi o i generi che dir si voglia.

Senza scuola che insegna (mette dentro) e educa (tira fuori) il meglio dai e dei ragazzi; senza una famiglia minimamente attenta a certe dinamiche relazionali di rispetto e resilienza; senza modelli culturali validi proposti dalla TV e/o da quegli altri mostri a cento teste dei cd ‘social’, che cosa può venirne fuori?

Esce fuori la violenza. Violenza è ...vis aulentis...forza eccessiva, fuori controllo. Che distrugge. Tutto e tutti. E senza aver fatto nulla sin dall’inizio, si arriva alla fine all’ergastolo! Benissimo. Abbiamo risolto. Tra l’altro con la crisi profondissima delle carceri italiane, a tutti i livelli, di risorse umane e non solo, mi chiedo e chiedo, come organizzare un percorso istituzionale per i rei, dove, con quali risorse, indirizzati a quali aspetti riabilitativi, etc. etc.

Qualcuno potrà dire, che l’importante è punire. Certo. La pena ha la sua logica. Propone, almeno sulla carta, una contropartita alla ferita e al dolore della vittima e dei suoi familiari. Spesso si sente dire ...non voglio vendetta, ma giustizia...Certo. Ma, oltre a puntare il dito sul soggetto, questo risolve oggettivamente la questione? Con 100 ergastoli in più all’anno, diminuiranno le violenze? Le morti? Il deterrente punitivo estremo (se togliamo la pena di morte!) sarà sufficiente? È la risposta corretta? La migliore?

Ma noi vogliamo risolvere seriamente alla radice la questione del rispetto nei rapporti di genere, o vogliamo solo metterci “a posto” con la coscienza e nascondere la polvere sotto il tappeto?

Come sempre accade, proporre soluzioni drastiche a fine percorso, ci fa sentire in apparenza più tranquilli, ma non sembra che questa modalità di agire abbia mai avuto un suo effetto deterrente, sulla prevenzione di certi comportamenti. (vedi il fumo, le armi e molto altro ancora). Proviamo a ragionarci tutti insieme, ognuno nel suo piccolo (come si suol dire), e lavoriamo prima e da subito sulle menti degli esseri umani oltre che sui corpi da restringere dietro le sbarre per il resto dei giorni. Vogliamo solo buttare le chiavi? È questa l’unica soluzione?

*Psichiatra