sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Marzia Paolucci


Italia Oggi, 4 novembre 2019

 

La giudice Vertaldi (Tribunale Sorveglianza di Roma): "pronuncia incoraggiante". Magistratura di Sorveglianza con numeri troppo esigui per una categoria che con 233 unità - dati ministeriali del 2017 - rappresenta appena il 2,6% della magistratura ordinaria e un carico di lavoro crescente per via di un aumento esponenziale delle misure alternative al carcere passate dalle 22.957 del 2011 alle 44.290 del 2017.

Questo giudice della pena, che opera in silenzio una volta pronunciata la sentenza, lontano dai riflettori di processi mediatici e relative sentenze passate in giudicato, ha il duplice ruolo di magistrato di sorveglianza, organo monocratico per le questioni minori come ricorsi e reclami che quello di membro togato del tribunale di Sorveglianza, organo collegiale di distretto di Corte d'appello, responsabile delle decisioni più importanti a cominciare dalla concessione e revoca delle misure alternative alla detenzione.

Troppo lavoro in carceri sovraffollate e troppo pochi i magistrati chiamati a farvi fronte tra scoperture e sedi vacanti strategiche come quella del Tribunale di sorveglianza di Roma senza presidente per oltre un anno prima che l'incarico venisse conferito due anni fa all'attuale presidente Maria Antonia Vertaldi.

"Bisogna intervenire sulla pianta organica della nostra magistratura non più rivista dal 1975", sintetizza il magistrato al vertice dell'ufficio. "Altra emergenza è la mancanza di amministrativi con una scopertura del 37% e 18 magistrati che di volta in volta si avvicendano nella composizione dei collegi giudicanti per la trattazione dei procedimenti camerali".

Al 3 gennaio 2019, in base al XV Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone, i detenuti al 41bis erano 748, al 31 ottobre 2019 il Tribunale di Sorveglianza di Roma registra per i condannati al carcere duro, l'aumento a 757 e un totale di 1225 ergastolani di cui non si sa quanti siano quelli in regime di "41bis".

Ed è proprio sul "carcere duro" di questi detenuti che siano usciti da percorso del "41bis" dell'Ordinamento penitenziario (Op) per crimini particolarmente efferati come quello di terrorismo, eversione dell'ordine democratico e associazione mafiosa, che la categoria dei magistrati di sorveglianza si è ritrovata ultimamente coinvolta in un acceso dibattito.

La Consulta che nel 2003 aveva difeso l'ergastolo ostativo sostenendo che la mancata collaborazione con la giustizia fosse una scelta del condannato, il 23 ottobre scorso, cambiando idea, ha bollato il 41bis dell'Op come "incostituzionale" affermando il principio secondo cui vanno concessi permessi premio anche ai mafiosi che abbiano scelto di non collaborare con la giustizia ma che partecipino al percorso rieducativo della pena restando estranei all'associazione criminale e senza più collegamenti con la criminalità organizzata.

Una decisione che ha spaccato ìl collegio giudicante vista la contrarietà di 7 giudici contro gli otto favorevoli. "In virtù della pronuncia della Corte - si legge in una nota stampa del 23 ottobre -la presunzione di pericolosità sociale del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del carcere e sulle informazioni e i pareri di varie autorità dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica".

Per Vertaldi "si tratta di una pronuncia che restituisce alla nostra magistratura quell'attività di giurisdizione che la preclusione dell'articolo 4bis Op aveva congelato. L'ergastolo che senza collaborazione, impedisce la possibilità di vivere un momento di sperimentazione di sé in temporanei spazi di libertà come nel caso dei permessi premio trattati dalla sentenza della Consulta, va in contrasto con l'articolo 27 della Costituzione. Norma che prevede il concetto di rieducazione della pena, concetto da conquistarsi sul campo grazie al trattamento a cui il detenuto decide volontariamente di sottoporsi".