sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Liana Milella

La Repubblica, 10 novembre 2022

“Scelta obbligata quella della Consulta” dice l’ex magistrato antimafia. Con chi si professa garantista l’ex procuratore insiste: “È sempre necessaria la prova rigorosa dell’interruzione di qualsiasi collegamento del detenuto con le cosche”. Giovedì 17 ne parlerà a una platea online di 50mila studenti.

“Obbligato il rinvio in Cassazione deciso dalla Consulta”. Non ha dubbi Piero Grasso, l’ex procuratore nazionale antimafia, che adesso, non più senatore, gira l’Italia per raccontare cos’è la mafia e come bisogna combatterla “senza abbassare mai la guardia”. Secondo Grasso il decreto Meloni “va migliorato perché contiene contraddizioni e sovrapposizioni”. Ma sbaglia chi sostiene che si possa concedere la liberazione condizionale a un ergastolano senza l’assoluta garanzia della sua rottura con l’organizzazione criminale di cui ha fatto parte.

La Consulta rinvia alla Cassazione la palla sull’ergastolo ostativo, scelta “obbligata”, oppure una mossa da Ponzio Pilato?

“Scelta obbligata, dal momento che il decreto è immediatamente in vigore e quindi, cambiando i presupposti del giudizio, investe nuovamente la corte di Cassazione che ha sollevato la questione, e che opportunamente immagino attenderà i 60 giorni e la definitiva conversione in legge del decreto, che spero contenga modifiche migliorative”.

Beh, di sicuro la prima decisione importante della presidente Sciarra non va contro il governo Meloni. Savoir faire tra donne, o scelta compiacente?

“Nessuna delle due: la Consulta, con alto senso di collaborazione istituzionale, ha atteso che il Parlamento modificasse la norma prima di dichiararne l’incostituzionalità, oggi la legge è cambiata e ne vanno rivalutati i profili di costituzionalità”.

Ma lei è proprio sicuro che la Corte invece, seguendo il suo orientamento ormai consolidato dal 2019, con la sentenza sul 4bis e la concessione dei permessi anche senza la collaborazione, non avrebbe potuto chiudere subito la partita con una bella bocciatura del decreto Meloni?

“Ne sono sicuro. Il decreto Meloni, riprendendo il testo approvato dalla Camera, ha superato i rilievi di incostituzionalità ammettendo la possibilità di benefici penitenziari anche senza collaborazione”.

E ora che succede?

“Ora si apre una partita nuova sui requisiti richiesti nella nuova legge per ottenere i benefici. Non dimentichiamo che la stessa Corte, intervenendo sui permessi premio, ha messo espressamente tra i requisiti necessari non solo la mancanza dell’attualità dei collegamenti, ma anche il pericolo del loro ripristino, dando un giusto equilibrio alle esigenze di sicurezza sociale rispetto al principio di rieducazione della pena”.

Diciamo la verità, con il testo della Camera sull’ergastolo ostativo non uscirà più nessuno dal “fine pena mai”. Per questo a lei, da sempre magistrato antimafia, questo testo piace?

“Il testo va corretto perché contiene contraddizioni e sovrapposizioni. Io presentai degli emendamenti che spero siano recuperati. Che sia necessaria la prova rigorosa dell’interruzione di qualsiasi collegamento con le mafie non c’è dubbio, si può discutere sull’equiparazione dei condannati per reati di criminalità organizzata e terrorismo con quelli per reati diversi, che non erano nel disegno originale della legge e sono stati aggiunti negli anni”.

Scusi, ma l’Italia con questo testo non si fa beffe della corte europea di Strasburgo che è su una linea completamente differente?

“Probabilmente non siamo stati capaci di spiegare bene ai giudici della corte di Strasburgo la pericolosità, la forza e l’indissolubilità del vincolo mafioso”.

Ha visto che anche un magistrato che passa per un manettaro come Henry John Woodcock sostiene che il pentimento, che lui definisce “delazione”, non può essere l’unica via per ottenere permessi, soprattutto se uno ha scontato correttamente la pena e ha dato concreti segni di ravvedimento, nonché di effettiva rottura con il mondo mafioso?

“Non sono d’accordo col termine “delazione”, perché è solo grazie ai pentiti che abbiamo potuto conoscere i segreti di Cosa nostra e arrivare vicini alla verità, anche se ancora parziale, sulle stragi. Sull’effettiva rottura sono d’accordo, e infatti la legge mira a stabilire i parametri e le procedure per verificarne l’effettività”.

Lei è dell’idea che chi è stato mafioso lo sarà per sempre?

“Io stesso ho sentito dalla viva voce di mafiosi un effettivo cambiamento che però è poi, coerentemente, sempre sfociato nella collaborazione con la giustizia. Nella legge in discussione, comunque, al centro non c’è la collaborazione ma, giustamente, il principio del ravvedimento, che si può dimostrare in molti modi: è su questo che i condannati saranno valutati, ed è giusto che i paletti restino non impossibili ma rigorosi”.

Non è legittima per chi collabora la paura di ritorsioni verso i familiari? Non è un motivo sufficiente per non farlo?

“Da uomo dello Stato ricordo che noi proteggiamo anche i familiari dei collaboratori di giustizia. Se allo Stato si chiede fiducia nel proprio cambiamento, sarebbe legittimo pretendere altrettanta fiducia in tema di protezione”.

Lei ha scelto la strada di parlare ai giovani e raccontare la sua vita e il suo lavoro. Lo farà ancora la prossima settimana davanti a una foltissima platea di studenti. Cosa racconta a questi giovani che non hanno vissuto la stagione dei processi di mafia? Che non si esce da Cosa nostra se non abiurandone completamente l’appartenenza?

“Sono stato invitato dalla piattaforma Unisona a parlare giovedì 17 novembre da Milano del mio libro “Il mio amico Giovanni” con Salvo Ficarra per un evento online in diretta streaming che nel corso delle settimane ha visto lievitare le adesioni fino al numero record di 50mila partecipanti. Già questo è il segnale che il tema appassiona i giovani e le scuole molto più di quanto non interessi la politica e i media. Agli studenti, che incontro ogni settimana in ogni parte d’Italia, racconto le storie di uomini e donne con cui ho lavorato, e che avevano come principi guida il senso del dovere e il senso dello Stato. La loro reazione per me è sempre toccante: le figure di Falcone e Borsellino devono rimanere esempi per le nuove generazioni”

Ora che non è più né magistrato né senatore quale sarà il suo “lavoro”, raccontare cos’è stata la vita da magistrato accanto a Falcone e che cos’è la mafia ancora oggi? Risponderà anche all’eventuale domanda su come sarà vissuto da Cosa nostra un governo di estrema destra come quello di Meloni?

“Con gli studenti non entro mai nelle questioni politiche quotidiane, parlo di grandi personaggi e di principi. Per me è importante spiegare che la mafia è la privazione di diritti, di libertà, di possibilità di lavoro, una forma di inquinamento dell’economia, della politica e dell’ambiente, ma che ci sono stati periodi in cui un gruppo di persone si è impegnata per battere non solo dei criminali, ma un sistema di potere e di consenso. Condividere con le nuove generazioni ricordi, idee e valori per far nascere scintille di futuro è la forma più alta di impegno cui voglio dedicarmi nei prossimi anni”.